Fra(m)menti di donne

Da: “Le parole per dirlo” di Marie Cardinal

Le parole per dirlo” è la storia della rinascita, del recupero di sé, e della liberazione da un’esistenza stabilita da altri, attraverso un lungo percorso psicanalitico. Una cronaca autobiografica, sincera e violenta, a partire dai terribili disturbi psicofisici che affliggono la protagonista e dalla sua “follia”.
Un libro che ha penetrato e colpito l’animo di molte donne perché in pieni anni ‘70 ha intercettato e dato voce alle sensazioni di un’epoca in cui l’universo femminile era in pieno movimento e fermento, ma anche un libro senza tempo che tuttora penetra e colpisce le donne che non si rassegnano al ruolo che tuttora si vuol decidere per loro.
Una lettura fondamentale per chi è in analisi, per chi la rifiuta e anche per chi è interessata alla questione del materno e all’influenza, nella vita di ogni donna, del rapporto con la propria madre.

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[...] Ho cominciato a parlare di mia madre e non ho più smesso fino alla fine dell’analisi. In tutti questi anni non ho fatto che calarmi in lei come in un burro e senza luce. Così sono riuscita a conoscere la donna che lei avrebbe voluto che fossi. Ho dovuto fare, giorno per giorno, la conoscenza dei suoi sforzi per fabbricare una persona perfetta secondo i suoi criteri. Ho dovuto misurare con quale forza di volontà piegava il mio corpo e il mio pensiero per costringerli a imboccare la strada che lei aveva scelto per me. E’ tra la donna che lei avrebbe voluto generare e me che la Cosa si è insediata. Mia madre mi aveva fuorviata e il suo lavoro era stato così perfetto, così profondo, che non ne ero conscia, non me ne rendevo più conto…

[...] Ero sempre stata oppressa e tormentata. L’occhio di mia madre, che confondevo con l’occhio di Dio era sempre lì a guardarmi e a valutare ogni mio gesto, ogni mio pensiero, senza lasciarsi sfuggire niente. “Padre ho peccato, con il pensiero, le parole, con le azioni e con…le omissioni”. Quello era il guaio peggiore: potevo peccare senza nemmeno accorgermene. I peccati erano come i microbi: ce n’era dappertutto, ma non si vedevano e potevano saltarmi addosso in qualsiasi momento. Dopo la paura di peccare erano venuti i complessi di colpa, e infine la Cosa. Ero sempre vissuta nell’ossessione di essere braccata, spiata, colpevole…

[...] Ora so che la mente percepisce tutto, classifica tutto, mette via tutto e conserva tutto. Quando dico tutto intendo dire: anche quello che crediamo di non aver sentito, visto o udito, anche quello che crediamo di non aver capito, anche i pensieri degli altri. Ogni singolo avvenimento, per quanto banale possa essere, viene catalogato, etichettato, chiuso nell’oblìo, ma la nostra coscienza ce lo indicherà più volte con segnali spesso impercettibili: un accenno di odore, una scintilla di colore, un lampo di luce, un frammento di sensazione, una briciola di parola. Addirittura un fruscìo, un’eco. E a volte ancora meno: un attimo di vuoto. Basta stare attenti a questi segnali. ognuno apre un sentiero in fondo al quale c’è una porta chiusa a chiave dietro la quale preme il ricordo intatto…

[...] Operai! Comunisti! Dal tono della sua voce sembrava che fossero la stessa cosa. Non ci capivo niente. I comunisti erano pericolosissimi eppure mia madre diceva sempre: “Devi essere educata con gli operai che non hanno nulla da mangiare, nemmeno un giocattolo per giocare… “Che cosa vogliono?” “Vogliono i nostri soldi, le nostre case, i nostri vestiti.” “Perché?” “Perché ci odiano”. “Non siamo stati abbastanza educati con loro’?”
[...] Per me il tema del comunismo era un tema equivoco e non cercavo troppo di capirlo. Mi avevano sempre insegnato che ci si deve amare l’un altro, dividere tutto con i poveri ecc. Ma quando i poveri chiedono senza mendicare, non si doveva dare loro niente. Perché? Mistero.

[...] Io ero un essere prepotente e straziato, per niente disposto ad incanalarmi su una strada qualunque. Che cosa può fare una bambina, anche se prepotente, di fronte a un’adulta tirannica, affascinante, segretamente pazza, che oltretutto è sua madre? Può soltanto nascondere le sue ali di falco e trasformarsi in colomba per proteggere se stessa…[...] Credevo di essere sottomessa e invece ero una ribelle. Lo ero da sempre. Esistevo!

[...] Con quale emozione ho incontrato la bambina piena di linfa che si masturbava e ne traeva piacere…Quella bambina mi rassicurava: esistevo dunque, non ero totalmente in balia degli altri, ero capace di ingannarli, di prenderli in giro, di raggirarli, di costruirmi difese. Che cosa stupenda! Quella era la strada che bisognava ritrovare! Ormai ero certa che esisteva…

[...] Capivo perché il mio ammaestramento era stato tanto crudele e tanto intensivo. C’era in me una indipendenza, un orgoglio, una curiosità, un senso della giustizia e del piacere che non c’entravano niente con la parte che società e famiglia mi avevano assegnato. Avevano dovuto picchiare a lungo e sodo per riuscire a soffocare tutto questo, o almeno per lasciarne apparire soltanto una quantità ammissibile. Il lavoro era riuscito.

[...] Paura di una certa morte, della morte che l’uomo infligge alla donna. [...] Il temperino…il dito…la mia paura…la paura di mia madre…la paura delle altre donne…paura di una morte che non era quella fisica…
[...] Mi misi a pensare, come non avevo mai fatto prima, che cosa significasse realmente essere donne. Pensavo ai nostri corpi, il mio, quello di mia madre, quello delle altre. Tutte uguali, tutte con un buco. Appartenevo a quel lorda gigantesca di esseri forati alla mercè degli invasori. Non c’è niente per proteggere il mio buco, nessuna palpebra, nessuna bocca, nessuna narice, nessuno sportello, nessuno sfintere. Si nasconde in mezzo alla carne morbida che non ubbidisce alla mia volontà, che non è capace di difendersi spontaneamente.
[...] Paura essenziale, antica come l’umanità, inconsciamente, subita, dimenticata? Una paura che solo le donne possono sentire, solo loro possono capire, che si trasmettono istintivamente…
[...] Quale donna è in grado d’impedire alla sua creatura di scivolare fuori di lei, lacerandola? Quale donna può impedire a un uomo, che intende davvero farlo, di penetrarla e di deporre dentro di lei il suo seme estraneo? Nessuna.

[...] E’ stato all’esterno, per strada, nei negozi, in ufficio, a casa, che ho capito quello che significava avere una vagina, essere una donna. Finora non avevo mai messo in discussione il concetto di femminilità, questa qualità specifica di certi esseri umani con il seno, i capelli lunghi, il viso truccato, i vestiti e altre caratteristiche graziose e maliziose di cui si parlava poco o niente. Esseri che si muovevano tra i toni pastello, il rosa soprattutto, l’azzurro chiaro, il bianco, il lilla, il giallo, il verde-muschio. Persone il cui ruolo consiste nell’essere la serva del padrone, il riposo del guerriero, la mamma. Adornate, profumate, decorate come reliquari, fragili, preziose, delicate, illogiche, con cervelli da galline, disponibili, con il buco sempre aperto, sempre pronte a dare e ricevere. Era falso io sapevo che cosa significava essere donna. Ero una di loro…
[...] Essere una donna: servire un uomo e amare i figli fino alla vecchiaia: finché non ti portano all’ospizio dove l’infermiera ti riceverà parlando come si parla ai bambini, agli scemi, ai rimbambiti: “Starà bene con noi la nonnina, non è vero nonnina?”
E’ vero che nella vita della vecchia donna, è venuto spesso l’arcobaleno delle risate dei suoi figli, l’oro vecchio dell’amore, qualche volta il rosa della tenerezza. Ma più che altro c’è stato il rosso del suo sangue, il nero della sua fatica, il marrone cacca e il giallo piscia dei pannolini e delle mutande dei suoi piccoli e del suo uomo. E poi il grigio della stanchezza, il beige della rassegnazione.
[...] Soltanto ora mi rendevo conto che non avevo mai veramente letto un giornale, mai veramente ascoltato le notizie alla radio, che per me la guerra d’Algeria era stata una storia sentimentale, una triste storia di famiglia… E come mai? Perché non avevo alcun ruolo da svolgere in questa società nella quale ero nata e nella quale ero diventata pazza. Nessun altro ruolo se non quello di fare maschi per far andare avanti le guerre e i governi, e femmine che a loro volta avrebbero fatto figli maschi con i maschi…

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