Recentemente una socia di FA è andata alla presentazione del libro di Simona Argentieri “A qualcuno piace uguale” nella sede degli psicanalisti di Bologna. Ne è tornata amareggiata, frustrata e anche sentendosi in un certo qual modo derisa, visto che alla fine di un dibattito in cui per tutto il tempo aveva percepito una certa omofobia, aveva deciso coraggiosamente di intervenire per far notare una serie di inesattezze, incongruenze e ambiguità.
Così, anche se titolo e copertina non mi avrebbero invogliato per niente a farlo, ho deciso di leggere il libro e di farlo molto attentamente, il più possibile senza pre-giudizio, per passione psicanalitica, ma anche per spirito di servizio, visto che dobbiamo tutti – e sempre di più – allenarci ad affrontare certe situazioni e anche a stanare il pregiudizio omofobo laddove magari sembra che non vi sia.
E difatti, questo libro è pervaso dall’inizio alla fine di omofobia velata e inconscia (la stessa di certi politici del Pd quando parlano) e di una certa “ignoranza”, tipica di chi si sforza poco di conoscere un mondo che ha tuttavia la presunzione di conoscere a partire da vissuti e racconti personali portati in un setting analitico o peggio ancora dalle teorie psicanalitiche classiche, seppure in parte revisionate.
Non tutti gli omosessuali sentono il bisogno di andare in analisi, così come non tutti i transessuali e le transessuali (ma la Argentieri usa sempre e solo il maschile!) sono persone maniacali che vogliono “attaccare ed eliminare la parte di sé cattiva della propria identità psicofisica” con una fantasia delirante di riparazione e di ricostruzione.
La questione del transessualismo non è liquidabile così facilmente. Siamo in molti ad essere d’accordo con chi nutre delle perplessità sulla chirurgia a tutti i costi tesa ad “incasellare” e “classificare” all’interno di uno dei due generi stabiliti, ma non è affatto questo a preoccupare la Argentieri, quanto “l’intolleranza delle persone transessuali a vivere il disagio psicologico e a volerlo circoscrivere alla corporeità”.
(Robert J. Stoller, uno psicanalista americano, scrisse nel 1968: [...] Ma allora ciò significa che occorrerebbe procurare un trono a uno psicotico che, in maniera delirante, afferma di sentirsi un re? Non è alla stessa maniera irrazionale accogliere le richieste di un transessuale soltanto perché questi è infelice? Evidentemente si tratta di condizioni molto diverse tra loro: gli psicotici che vogliono un trono non diverranno meno disturbati se anche divenissero re; al contrario, la maggior parte dei transessuali divengono meno depressi e ansiosi, più socievoli e affettuosi successivamente al cambiamento. … Dico queste cose, perché si possa evitare di dare semplici risposte alla questione, facendo ricorso a termini quali “psicotico” e “delirio”, invece di descrivere i dati per come è possibile osservarli.”)
Va detto che ci sono diversi momenti nel libro in cui per così dire – dal nostro punto di vista – l’autrice scopre l’acqua calda e ammette, ad esempio, che gli psicoterapeuti hanno poche occasioni di incontrare omosessuali con una personalità ben integrata, capaci di relazioni stabili e profonde; oppure – dopo aver snocciolato qualche vecchia teoria sull’omosessualità – che nessun innamoramento è esente da componenti narcisistiche e che i percorsi che conducono all’omosessualità non hanno valore generale di spiegazione nosografica; o ancora, che è difficile capire quanto le forme atipiche della sessualità gay siano “primarie” oppure “secondarie” alla clandestinità e alla riprovazione sociale. “Lo potremmo sapere”, aggiunge, “se solo fossero lasciati finalmente in pace, liberi dalla curiosità morbosa, dallo stigma morale, dalla persecuzione”.
Già.
E nonostante ciò, la sensazione che a me personalmente lascia questo scritto è di enorme ambiguità, come di chi o non ha le idee chiare oppure non vuole dirle fino in fondo ma deve per forza parlare dell’argomento…chissà mai perché.
Peraltro non si comprende bene a chi è rivolto il libro: ai colleghi no, un po’ troppo divulgativo, mi pare. Agli omosessuali nemmeno, perché le persone omosessuali e transessuali conoscono bene le molte differenze all’interno del mondo glbt (sigla che nel libro non compare mai) e sanno che glbt si riferisce a un movimento che lotta per i diritti civili, non a un calderone indifferenziato in cui “si equiparano sommariamente gay, lesbiche, unisex, bisessuali, travestiti, transessuali, queer, asessuali”. Nemmeno si rivolge agli omofobi gravi perché gli omofobi gravi non leggono libri sull’omosessualità.
Un dubbio improvvisamente mi assale… Che sia rivolto proprio all’elettorato del Pd?
Ci sono due questioni che dal mio punto di vista sono fondamentali: una è quella relativa al linguaggio e all’uso delle parole (a partire anche dalla scelta del titolo e dalla copertina, della quale si è discusso in vari blog) e l’altra relativa all’approccio prioritariamente ”intrapsichico”, che non tiene minimamente conto di quanto sia cruciale la questione del “minority stress” nelle persone omosessuali e transessuali.
Non a caso il concetto di “minority stress” non viene mai menzionato in tutto il libro, a differenza di quello che invece succede in “Citizen Gay” di Vittorio Lingiardi (che pure l’autrice cita, insieme a Chiara Lalli) il cui approccio invece è prima di tutto “sociale” e volto a evidenziare quanto la questione del riconoscimento dei diritti sia fondamentale per la salute psichica delle persone gay, lesbiche e trans.
La Argentieri invece sembra molto più preoccupata della capacità o incapacità di amare delle persone, etero e omosessuali, sorvolando su quanto questa capacità possa essere, nelle persone omosessuali e transessuali, minata nelle fondamenta (anche) a causa dello stigma. Per questo motivo a mio avviso non si dovrebbe mai prescindere completamente dall’approccio socio/identitario, cosa che le persone glt sanno bene semplicemente perché lo sentono sulla loro pelle ed io su questo mi sono battuta per diverso tempo con i miei psicoterapeuti.
Argentieri invece é infastidita dalla parola “gay”, dalle sigle, dalle lobby, dalle ricerche americane sulle famiglie omogenitoriali e da tutte quelle “ideologie” che, a suo dire, impediscono il tentativo di un’analisi critica onesta senza che si venga tacciati di retriva omofobia.
Eppure è difficile non farlo, perché – e qui sta il punto nodale – se l’autrice non temesse così tanto l’approccio socio-identitario e partisse – ferma restando la diversità di ogni omosessuale – da un’idea di uguaglianza sociale autentica (che presuppone la valorizzazione delle differenze e la compensazione delle ingiustizie, come insegnava Don Milani), non potrebbe proprio usare il linguaggio che usa. Non potrebbe riferirsi ai gay pride parlando di “chiassose esibizioni”, o di “soliti eccessi”; non potrebbe dire, negando e ignorando la storia stessa del movimento omosessuale, che sente falso il termine “gay” perché esprime una “difesa euforica che pretende di negare il versante depressivo, dando una patina di vitalità e gaiezza aprioristica a percorsi di vita che sono per lo più travagliati” (si contraddice però subito dopo affermando che il senso dell’umorismo, il motto di spirito e l’ironia sono modalità di scarica dell’aggressività che mitigano gli impulsi crudeli e rendono la vita più sopportabile – che è proprio ciò che molti gay praticano da sempre, proprio per sopportare lo stigma. Ma evidentemente per la Argentieri è l’Edipo e non l’omofobia familiare e sociale a determinare quei percorsi di vita travagliati).
Peccato mi viene da dire, perché io sarei anche d’accordo con alcune argomentazioni contenute nel libro, ma il fatto é che noi omosessuali nel leggere un libro come questo finiamo per metterci talmente sulla difensiva che perdiamo forse l’occasione di riflettere serenamente su questioni interessanti, come ad esempio il problema della scissione tra corrente pulsionale e corrente affettiva anche nelle coppie omosessuali; i disturbi della sessualità e tutte le analogie tra rapporti omo ed etero; la questione della bisessualità come non differenziazione; il desiderio di filiazione allorquando esso non è autentico ma autoreferente e narcisistico o quando, come negli eterosessuali, rischia di diventare ossessione (ma anche qui uguaglianza non vuol dire forse anche diritto all’ossessione e al narcisismo esattamente come per gli eterosessuali?); e ancora, il rischio della normalizzazione di qualsiasi comportamento o sintomo in nome del progressismo e della liberalizzazione.
(Mi fa davvero rabbia pensare che per colpa di libri come questo, molti di noi si allontanano dalla psicanalisi che è invece uno strumento potenzialmente straordinario. Perché sono tuttora convinta che se ci si può rilassare sapendo che il terapeuta non ha certi pregiudizi, si può fare davvero un buon lavoro sul versante intrapsichico ed io in fondo non chiedo altro da una vita).
E come non condividere il concetto che “se è assurdo definire una persona ‘malata’ perché è omosessuale, altrettanto illogico è esonerarla a priori da ogni patologia perché è tale”?. Quante persone gay e lesbiche “disturbate” conosciamo? A me è capitato di incontrarne diverse e io credo che non dobbiamo aver paura di dirlo o pensare che siccome in giro c’è qualche psicanalista omofobo, la psicanalisi vada evitata tout court, così come non bisogna fare l’errore di spostare tutta la “conflittualità” interiore sul piano delle battaglie legali. Essere omosessuali non è tutto, non giustifica tutto, non significa avere le idee chiare, né essere esenti da pregiudizi. Come quello, e forse in parecchi lo abbiamo sperimentato all’inizio, di pensare che gli omosessuali sono tutti uguali e meravigliosi.
Tutto vero (e in questo evidentemente sta il rischio, per la Argentieri, dell’approccio socio/identitario rispetto a quello intrapsichico) ma tuttavia, come direbbe Didier Eridon, “l’oppressione sociale ha fortemente influito sulla costruzione di un’identità specifica degli stessi soggetti omosessuali” e, aggiungo io, sulla storia dei movimenti gay.
Dunque l’omosessualità non è affatto “solo un dato esteriore” che ci dice poco dell’organizzazione psicologica di una persona, come si legge sulla copertina.
Personalmente apprezzo molto una psicoterapeuta come Margherita Graglia, che tiene conto di entrambi gli approcci e usa nei suoi scritti un linguaggio che non contiene ambiguità, politicamente corretto. Per la Argentieri invece il politically correct è un tormento, una mania che nasconde il terrore di poter essere accusati di omofobia e razzismo, il che è vero, ma solo per quei personaggi del pd che “fingono” di non essere omofobi, non per quelli autenticamente non lo sono!
Ad esempio sia Graglia che Argentieri condividono il dubbio sull’opportunità che un paziente gay vada da un terapeuta dichiaratamente gay. Graglia (in “Psicoterapia e omosessualità”, 2009) semplicemente intravede il rischio di collusione e di sovrastima dei fattori sociali rispetto a quelli intrapsichici. Ed ecco invece cosa scrive la Argentieri: “…la conseguenza di questa dissennata impostazione” (il perseverare del ‘movimento’ nella politica di conquista nei congressi internazionali di qualche sessione speciale dedicata a psicoanalisi e omosessualità – è sempre la Argentieri che parla) “è che talora si ritiene una strategia facilitante mandare pazienti gay da terapeuti dichiaratamente gay, ignorando che per questa via tutt’al più si rinforzano le reciproche difese, annullando l’opportunità che offre un’analisi di incontrarsi con qualcuno totalmente sconosciuto, di convocare tutte le fantasie del paziente nel transfert e di obbligare a sua volta il terapeuta a mettere in gioco se stesso nel controtransfert senza lo scudo di preconcetti di qualunque sorta”. Primo, la Argentieri non si pone il problema che da più di un secolo gli eterosessuali vanno da analisti dichiaratamente - o scontatamente – eterosessuali (dunque rinforzando le reciproche difese ecc ecc.). Secondo, in un altro punto del libro l’autrice sostiene (giustamente) che le relazioni omosessuali non sfuggono al principio dell’alterità, che incontrarsi con l’uguale può costituire per qualcuno una scorciatoia, ma che quando il rapporto si approfondisce inizia la sfida dell’ incontro con l’altro da sé. Non si vede allora perché questo non dovrebbe valere in una eventuale relazione analitica tra due persone omosessuali.
E veniamo al capitolo sulla filiazione, *apparentemente* il meno “omofobo” e tutto sommato abbastanza equilibrato nella parte iniziale, considerata l’impostazione freudiana dell’autrice. In sostanza, scrive la Argentieri, le motivazioni psicologiche delle persone omosessuali che desiderano dei figli sono le stesse delle persone eterosessuali e “non si tratta di dimostrare l’adeguatezza al compito di chicchessia ma di riconoscere che non ci possono essere criteri a priori per escludere gli omosessuali dalla genitorialità nelle sue varie forme”; poi si dice in sintonia con Stefano Rodotà sul fatto che andrebbe limitato l’intervento legislativo nelle materie di vita e di morte e sostiene che è odioso pensare di precludere le tecnologie ad alcuni; spiega il complesso di Edipo con le sue varianti storiche e la sua non rigidità; descrive come avviene la formazione dell’identità e non intravede nessuna particolare catastrofe nelle famiglie omogenitoriali; aggiunge che siamo in un mondo in trasformazione che abbiamo appena cominciato a capire e che, pur non potendosi eludere dubbi e domande, non esistono ancora risposte, nessi lineari di causa effetto.
Dopodiché non si capisce perché diffidi degli studi delle più importanti associazioni mediche e psichiatriche americane e non si capisce perché attacchi poi in quella sede a parlare del desiderio che si trasforma in ossessione, di torture, di sotterfugi, di sacrifici eroici “al fine di garantirsi non tanto un figlio quanto un trofeo narcisistico che dovrebbe aggiustare tutte le falle identitarie precedenti” o perché dica di pensare con sgomento all’idea di magliette e gadget con su scritto “ho due mamme” o “amo il marito di papà” e a questo “obbligo sociale di dimostrare continuamente la propria normalità e felicità”. E continua a citare episodi davvero strani e marginali e dunque si capisce bene secondo me che lo scopo è quello di voler ridicolizzare gli omosessuali che intendono diventare genitori.
Non si tratta del nostro vittimismo omosessuale, ma di ambiguità (e cerchiobottismo) nella sua comunicazione. E anche di una certa disonestà. Lo dico perché altrove, nel libro, lei scrive che “le persone per bene manifestano la loro ostilità omofobe nelle forme ambigue socialmente accettate della derisione e dell’ironia” e quando ho letto questa frase mi è venuto subito in mente il racconto amareggiato della donna di FA e mi è sembrato proprio di vedere la scena del dibattito, i risolini in sala e il vero volto della Argentieri che si svelava.
Sempre Didier Eribon ha scritto che gli omosessuali vivono costantemente immersi in un “mondo di ingiurie” e che molti discorsi di apparenza intellettuale sono in realtà ingiurie eufemizzate o, almeno, incitamenti alla discriminazione e allora la lotta contro l’omofobia deve essere condotta sul piano intellettuale.
«…Per questo credo che uno dei compiti più urgenti oggi è condurre una critica radicale e intransigente del discorso omofobo nelle sue forme felpate e “scientifiche” o “intellettuali” (e anche “religiose” e “teologiche”ndr) al fine di svelarne la verità razzista”.
Sul piano intellettuale dunque.
Ma forse anche la satira ci sta bene (per mitigare l’aggressività e gli impulsi crudeli…).
E mi viene in mente Dario Vergassola in “Parla con me” che con la sua ironica e fulminante comicità chiederebbe all’autrice: “Senta Argentieri, lei parla di “equivoci in serie” a proposito dell’omosessualità e sostiene che sotto il generico ombrello di “omosessualità” si raccolgano troppe tipologie. Sicura che gli equivoci non siano solo i suoi e che quando parla di “ombrello” e “calderone” non stia in realtà pensando al Pd?
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