Ripassando il Pensiero della Differenza…
“...Nella relazone tra donne il pericolo nell’estremo contatto, non è l’amore ma l’odio, è l’avversione per la madre, l’odio per lei, l’estremo contatto a cui ho dato il nome di amore. Perché dove non c’è ordine simbolico le emozioni elementari si capovolgono nel loro contrario. La relazione con la madre reale non è una faccenda privata o psicologica, è una vicenda della cultura umana e della libertà femminile. Essenziale è che noi se ne faccia una trasposizione, un elemento di storia e di politica. Io non penso che la politica delle donne sia fatta per risolvere la tragedia dell’odio di una figlia per sua madre, forse lo risolverà, ma penso che possa portare questo odio alla luce del sole e possa farne combustibile. Ne caveremo intelligenza e libertà per le donne, invece di subirlo come abisso che ci risucchia. (…) E’ vero, ci sono donne che parlano per conto terzi e che per sovrappiù sono anche misogine. La logica che io ho individuato in me…è che se anche fossi, ammettiamo, circondata da misogine, ho comunque bisogno di madre, sono mossa dal bisogno di madre ed ho bisogno di essere toccata dalla madre, se no muoio, come un utero staccato. Ho intorno, mettiamo, figure misogine che non mi rimandano niente, anzi, mi fanno venire odio, odio e avversione come certi feti che abortiscono perché non vogliono essere toccati da quella donna lì. Queste donne ci sono veramente, allora cosa capita? E’ qui che viene le necessità della mediazione. Quando dico mediazione, non parlo di via di mezzo, non è una cosa che sta in mezzo tra due cose date. La mediazione è sempre tra l’assoluto voler dire e voler essere, e la sua dicibilità. La mediazione è necessaria per poter far valere questo assoluto voler dire e voler essere. La mediazione è necessaria per le grandi pretese, per la voglia di vincere, per l’enormità del desiderio. LA MEDIAZIONE E’ NECESSARIA PER NON DIVENTARE MODERATE. E’ necessaria perché si possa mantenere dentro di noi l’assolutezza estrema del desiderio, delle pretese, del voler dire. Questa è la necessità della mediazione. Non è per buon senso o per realismo, serve ad aprire una strada davanti a qualcosa che contraddice la mia grande pretesa. Perché se non si apre questa strada, o divento pazza, e qualcuna diventa pazza, oppure devo rinunciare, devo moderarmi, devo rendermi modesta, sempre più.(…) Il mio assoluto voler dire deve saper trovare il luogo terzo, una parola misurata in cui l’altra trovi la sua convenienza e andiamo alla comunicazione che non è più viscerale, uterina, isterica, e diventa comunicazione simbolica. Ed è così che si fa la politica delle donne. Né più ne meno…
(Luisa Muraro)
Domande che vorrei fare a Luisa, precisando che stimo molto il suo lavoro e che condivido molti suoi pensieri, avendoli anche ascoltati dal vivo:
1. In riferimento all’ultimo capoverso, che succede quando la comunicazione non è neanche viscerale, uterina e isterica; quando l’odio è talmente grande da erigere muri di pietra? O peggio ancora di gomma?
2. Come gestire i conflitti quando ci sono di mezzo le relazioni lesbiche, il possesso, gli intrighi e la stupidità?
3. Come restare serene quando si è destinatarie dell’odio, dell’ostilità e del sospetto non di una sola ma addirittura di più donne?
4. Come intendi la mediazione? Per luogo terzo intendi anche una donna terza o un gruppo terzo?
5. In certi casi è meglio l’autocoscienza o la psicoterapia? E’ davvero soltanto una vicenda della cultura umana e della libertà femminile che riguarda la mancanza di ordine simbolico?
Mi piacerebbe un giorno poter elaborare su questi temi, magari insieme a donne intelligenti e davvero “dispari”, un pensiero aggiornato e lucido. Ispirato, ma non inquinato, dall’esperienza personale e interpersonale di questi anni (e anche dalle nevrosi personali).
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