Ogni tanto sento parlare le donne dell’importanza di “tessere” le relazioni e tuttavia osservo spesso che le più brave a “tessere” sono anche le più brave a ferire le altre donne e forse non è un caso se focalizziamo che gli elementi della tessitura si chiamano “catena”(l’insieme dei fili sul telaio), e “trama”, (il filo unico che percorre da una parte all’altra la catena, detta anche ordito) e se pensiamo che la parola trama (da cui anche tramare) significa “costruzione”, “racconto”, ma anche, per l’appunto, “macchinazione”, “congiura”, “tradimento”.
E infatti dal mio punto di vista le relazioni non si “tessono”, ma si “stabiliscono”. E si stabiliscono sempre e solo sull’empatia, sugli interessi, sui valori, sugli obiettivi. Con onestà e trasparenza. Possono essere di tanti tipi le relazioni ma sono sempre strade, collegamenti. E si possono “collegare” tra loro solo gli elementi “collegabili” (trovando i pezzi di raccordo magari). Ad esempio per fare un treno puoi collegare tra loro solo delle carrozze, non carrozze con trattori. E per farlo camminare devi costruire e collegare tra loro dei pezzi di binario, mica puoi farlo marciare sull’asfalto.
Ora, non sto dicendo che non si possa pensare ad un treno immaginario e insolito, colorato, originale e rispettoso di tutte le diversità, ma sempre dei binari devi collegare. Insomma è come la Binetti nel pd: è inutile girarci intorno, non ci azzecca. E poi ci sarebbe la questione morale, che nel Pd come altrove andrebbe affrontata.
Quello che voglio dire è che trovo quantomeno strampalata l’idea che tutti i comportamenti debbano essere annoverati come portatori di diversità (e se ti azzardi a dire che qualcosa non va sei una che non accoglie e rispetta le modalità altrui).
Le relazioni poi, una volta stabilite, vanno “lubrificate” e ogni tanto “rinegoziate”, come i mutui a tasso variabile quando aumenta troppo il costo del denaro. D’altra parte le relazioni a tasso fisso non mi piacciono granché perché mi ricordano il matrimonio di mia madre con mio padre, un mutuo a vita a tasso fisso contratto in un periodo in cui i tassi erano molto alti per le donne….Il marito è quello che ti è stato dato e la relazione non va mai messa in discussione.
Non voglio tassi fissi nelle mie relazioni. E la lli non è intoccabile. Così come io non sono nazista. Di questo fui tacciata quando scrissi che il gruppo avrebbe dovuto difendersi da chi lo stava minacciando.
Sono semplicemente una persona che ha praticato tanto sport. E nello sport quando ti comporti scorrettamente, se commetti un fallo grave, vieni ammonita o addirittura espulsa dal campo durante la partita. Ma vieni espulsa anche dalla squadra se non rispetti le regole e crei problemi nel gruppo. Il nazismo non c’entra. Tuttavia non è facile dentro di me rispedire al mittente questa cosa. Tale è la mia “dipendenza” dallo sguardo, dal pensiero e dal giudizio femminile, che ho finito per credere in qualche modo a questa teoria, tant’è che a poco a poco, ho letteralmente “sterminato” le donne della lista lesbica dalla mia vita. Tutte, anche quelle che non c’entrano con i conflitti del gruppo romano all’epoca del mio incontro con S. Non le posso più vedere, le guardo con diffidenza, con sospetto, senza più entusiasmo, quell’entusiasmo che nutrivo all’inizio del mio percorso, quando pensavo che le donne lesbiche fossero più intelligenti, meno “primordiali”, più solidali tra loro. Questo se guardo ad un livello più “emotivo” e profondo. Di fatto, ad un livello più “intellettuale” e politico c’era comunque una forte dissidenza rispetto alla policy e alla gestione non democratica, nonché bizzarra per diversi aspetti, di quel luogo.
Insomma, da essere una che andava ai meeting della lli felice di incontrare altre donne ed entrarci in contatto e in relazione, è successo che ora non lo sono più. Forse non so fare i conti con il fatto che tra donne ci si può amare e odiare allo stesso tempo, che si può fare politica insieme sorridendosi e detestandosi, che si può essere amiche o appartenenti a una medesima comunità essendo maligne e/o acide.
Mi sono sempre chiesta come mai un certo pensiero femminista abbia prediletto la pratica della disparità a scapito di quella della sorellanza. A volte mi viene quasi il dubbio che quello della pratica simbolica e politica della disparità sia inconsapevolmente un pretesto per mascherare qualcosa che non ha nulla a che fare con l’esigenza di riconciliazione con la madre e il pagamento del debito simbolico con lei, quanto con altre questioni. D’altra parte, come scrive Diana Sartori, dopo la fine del patriarcato l’ombra dell’oscuro materno ritorna e insiste, perché c’è dell’irreparabile nella relazione con la madre.
Mi chiedo anche perché le lesbo-femministe restano ancora per la maggior parte “separatiste”, prolungando oltremodo una pratica pur a suo tempo necessaria, e rifiutano ancora tout court il maschile (della serie gli uomini li teniamo fuori dalla porta ma la cultura e le modalità del mondo maschile entrano giocoforza dalla finestra).
Mi rendo perfettamente conto che all’epoca non si poteva chiedere “aiuto” alla società patriarcale, anche se non ci ha fatto bene, ritengo, tagliare fuori dalle nostre vite interiori ed emotive i padri, i singoli padri, estratti dalla cornice culturale e dal rapporto con le mogli, nostre madri, le quali – come ebbe a dire stranamente proprio Luisa Muraro ai margini di un convegno – spesso erano portatrici della famosa “legge del padre” in maniera più opprimente e oppressiva di quanto non lo fossero molti padri singoli i quali, innamorati delle figlie, le proiettavano verso quella libertà, alla quale le madri non potevano autorizzarle.
Non ci ha fatto e non ci fa bene, soggettivamente e politicamente, praticare la disparità. E’ tempo di guardare le une alle altre da sorelle (il che certo non significa che siamo tutte della stessa età ed esperienza o che tra sorelle non si possa litigare, ma per quella che è la mia esperienza litigare con tua sorella non è come avere a che fare con tua madre). Chiara Zamboni scrive che col venire meno dell’ordine patriarcale non è affatto subentrato un nuovo ordine e che ciò che muore ritorna come fantasma se non elaborato, traducendosi tutto ciò in disordine. In questo disordine la sorellanza potrebbe fare la differenza io credo, come quando i genitori litigano e tra sorelle ci si stringe per andare avanti.
Perché poi succede come a certi meeting di lli in cui persone poco accoglienti e con scarso senso della sorellanza inventano i giochini d’accoglienza.
All’ultimo meeting cui ho partecipato per accompagnare S. e rivedere qualche amica, me ne sono stata per conto mio durante i lavori. Una scelta determinata da due fattori. Uno personale: non avrei potuto fare a meno, durante i gruppo, di ripensare agli sfracelli del gruppo romano dopo il mio incontro con S. ; il secondo, comunque non disgiunto dal primo, sui contenuti: stonava parecchio ai miei occhi l’immagine proposta in apertura della *mangrovia*, la pianta tropicale dalle proprietà filtranti, di resistenza e di adattamento, capace di nutrirsi di residui anche nocivi delle altre creature. Il riferimento era chiaro, ma stonava perché non veniva detto che le mangrovie possono morire improvvisamente, e di fatto muoiono, senza (apparenti) spiegazioni. Come dire si adattano si adattano si adattano… e poi forse non ce la fanno più e se ne vanno di colpo. Succede anche a certe donne quando si sentono trascurate o ingannate da altre donne.
Andando indietro con la mente ai lavori di un altro meeting di due anni fa, trovo un’altra metafora: quella della *caravella portoghese*, un animale marino che ha una sacca d’aria che emerge dalla superficie del mare e che funge da vela, così che possa resistere al vento e anche sfruttare il vento stesso per spostarsi. Naturalmente anche allora non si raccontò che questa strana medusa possiede tentacoli lunghi anche trenta metri e che in questi tentacoli sono presenti milioni di cellule urticanti con più di dieci tipi di veleni diversi. Insomma ad avvicinarsi troppo a quella che sembra una piccola sacca galleggiante si rischia di farsi molto male. Quei tentacoli provocano un forte abbassamento della pressione sanguigna con conseguente collasso e, nei casi più gravi, shock anafilattico e possibile morte negli individui più sensibili. Insomma le caravelle portoghesi sono anche questo.
Sono convinta. ripensando al tipo di immagini proposte in questi meeting, che sia un grosso errore muoversi in una community di donne come se si volesse fare propaganda o vendere un prodotto, decantandone le doti e guardandosi bene dal dirne i problemi e i difetti. E’ un’operazione rischiosa, perché attrae le donne che lì per lì “comprano” entusiaste, per poi rimanere, in parecchie, deluse dall’articolo.
Può darsi che io esageri perché appartengo al gruppo delle piante “difficili”, tipo il ginepro o l’acero giapponese, ma devo dire d’altra parte, tanto per usare anch’io delle metafore, che invece sono una grande estimatrice delle…anatre domestiche.
Le anatre domestiche sono, come la maggior parte dei volatili, animali pacifici che non combattono mai tra loro, nemmeno con le anatre selvatiche. Amano vivere in grandi comunità e comunicano tra loro per far sapere agli altri membri del gruppo i pericoli imminenti: una volpe, o altri predatori. Inoltre possono sviluppare amicizie profonde e durevoli, addirittura con altre specie.
Ecco, molte donne che vanno per la prima volta a un meeting di donne lesbiche si illudono di essere tra le anatre. Le vedi felici, raggianti. Poi mano a mano le guardi spegnersi e rassegnarsi al fatto che vi è un’elevata presenza di…velenose caravelle portoghesi.
Non importa se quelle donne resteranno o se ne andranno, non le vedrai mai più raggianti.
E a distanza di qualche anno osservi con tenerezza le nuove arrivate e ti rivedi in quegli occhi raggianti, mentre dall’altro lato, tieni d’occhio la situazione e cerchi di tenerti lontana dalle cellule urticanti.
Quelle come me hanno delle strane idee e vorrebbero che le donne fossero anatre tra loro e aquile col mondo.
Che stupida, se fra donne si fosse anatre , il mondo lo avremmo già conquistato.
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