Chi aiuta i terapeuti a guarire?

Nel suo ultimo libro dal titolo ‘Psicoterapia e omosessualità” Margherita Graglia, citando Kasin, ricorda che “la psicoterapia è un incontro umano o, per dirla in un’altra maniera, l’incontro tra due persone, entrambe con problemi nella vita, che accettano di lavorare assieme allo studio di questi problemi, con la speranza che il terapeuta abbia problemi minori del paziente”…
Sempre che (l’aggiunta è mia) tra i “problemi” dello psicoterapeuta non vi sia l’omofobia (nel migliore dei casi la non conoscenza specifica del mondo e delle tematiche glbt), più o meno inconsapevole o nascosta dietro atteggiamenti di apertura magari in qualche caso sinceri, ma certo non sufficienti visto il background teorico che inevitabilmente quel terapeuta si porta dietro. Un background che resta malgrado la cancellazione dell’omosessualità dalle malattie mentali sia avvenuta ormai trent’anni fa.

Del resto nel Dsm (fino al III) hanno trovato posto fino a poco tempo fa concetti come “omosessualità egodistonica”, nonché visioni comunque patologizzanti a partire dalle quali ancora oggi diversi terapeuti pensano di andare alla ricerca delle “cause” dell’omosessualità vista ancora come un “disordine psicosessuale” o “della personalità”. E allora indagano se la madre di un gay sia stata seducente o soffocante, se questi da ragazzino abbia subito abusi, se una lesbica abbia avuto problemi col padre, ecc. così da identificare l’origine del “problema”.
Allo stato attuale il punto sembra essere che, sì, l’omosessualità non è una malattia (e di “terapie riparative” parlano ormai solo quattro poveracci, benché pericolosi ) ma è indice di, o scaturisce da, qualche “problema”. Un “sintomo patologico” insomma (in fondo è esattamente quello che pensano le nostre istituzioni quando sostanzialmente dicono che non hanno nulla contro i gay, che condannano l’omofobia e la violenza
a sfondo omofobico, ma poi una legge no… perché non si pensi che gli omosessuali sono cittadini come gli altri…)

La maggior parte degli intervistati nell’ambito di una ricerca effettuata dalla stessa Graglia “considera l’eterosessualità la norma o l’opzione superiore”, la “meta naturale dello sviluppo psicosessuale”. Tralascio il resto della ricerca perché in qualche caso le risposte date sono a dir poco avvilenti e indurrebbero certi pazienti a dire: beh, se il panorama è questo allora sono loro (gli psicoterapeuti) che debbono farsi aiutare. Ma la verità e’ che tutti abbiamo bisogno di aiuto perché tutti ci muoviamo nello stesso scenario eterosessista nel quale (cito la quarta di copertina del libro) “il pregiudizio antigay assume forme ambigue, sottotraccia, solo apparentemente più innocue”.

Le nostre menti sono strutturate cognitivamente in modo da utilizzare scorciatoie, generalizzazioni, informazioni frammentarie e relazioni causali anche quando relazione non c’e’ tra elementi e variabili.
Per questo un libro come quello di Graglia, rivolto soprattutto ai professionisti della relazione d’aiuto, riveste grande importanza ancora oggi: perché gli stereotipi sono resistenti e può essere difficile per lo psicoterapeuta diventarne consapevole.
Uno stereotipo si autoalimenta ed è duro a morire anche quando subentrano nuove informazioni. Se, scrive la Graglia, si pensa che i gay sono effeminati (o che le lesbiche sono mascoline ecc.), la mente processerà come rilevanti tutte quelle informazioni che ritiene coerenti con la premessa e dunque si vedranno di più gli aspetti di effeminatezza nei gay (o di mascolinità nelle lesbiche) così da confermare l’assunto originario.
Così, se un terapeuta pensa che i gay, in quanto tali, siano persone disturbate la cui condizione vada fatta risalire a qualche trauma o esperienza infantile o a una fase edipica non risolta, o alla fissazione allo stato orale, il suo approccio terapeutico sarà viziato, dispendioso e anche dannoso perché andrà pure a rinforzare nel paziente la sottile e sottostante convinzione (quella che invece proprio la terapia dovrebbe fargli abbandonare) che in lui/lei/* ci sia qualcosa che non vada e penso che questo non sia assolutamente più accettabile.

Dicevo che il libro è rivolto soprattutto agli psicoterapeuti, ma personalmente mi sento di consigliarlo a tutti i gay e le lesbiche che hanno avuto/hanno a che fare con la psicoterapia, o abbiano dimestichezza e passione per la psicologia, perché imparino a captare e riconoscere certi atteggiamenti e segnali.
Libri come questo inoltre ci aiutano anche a spazzare via senza remore (con rispetto parlando per i padri della psicologia) tutta quella teoria ottocentesca, e non solo, nella quale la maggior parte di noi si e’ imbattuta trenta-quarant’anni fa quando cercava nei testi di psicanalisi, nella più totale solitudine, risposte a quello che sentiva dentro, imparando a sentirsi disturbato, malato, deviato.

Avevo venticinque anni quando mi rivolsi per la prima volta ad una psicologa, purtroppo mal consigliatami, ed avevo una tale paura di quello che mi stava succedendo da qualche anno a quella parte che quando lei mi disse“Angela, tu non sei omosessuale, hai solo dei problemi a relazionarti con l’altro sesso” io mi convinsi che era così, anzi volevo che fosse così, tant’è che passai sette anni della mia vita (per fortuna però smisi di andare da quella psicologa che sotto sotto non mi convinceva del tutto) a cercare di stare con gli uomini. Un disastro.
E non posso nemmeno dire di essere stata particolarmente sfortunata, perché ho sentito aneddoti peggiori e perché la psicoterapeuta da cui andai successivamente, quando le avevo raccontato preoccupatissima del miei innamoramenti per le donne, mi aveva invece dolcemente e semplicemente chiesto: “mi scusi, ma lei eventualmente che cos’ha contro l’omosessualità”? Mi ero sentita improvvisamente sollevata e fu grazie a queste poche parole e al suo non-pregiudizio che liberamente e con i miei tempi (purtroppo lunghi e lei certo non poteva farci nulla) potei esplorare con me stessa questa faccenda e arrivare a vivere il mio desiderio. Mi ci vollero altri quattro anni.

Che un paziente omosessuale, quando arriva in terapia, sia spaventato e desideri non essere gay è comprensibile, quello che però è incomprensibile è che un terapeuta gli vada dietro, non indaghi quella paura, e colluda con il paziente nel disprezzare l’orientamento omosessuale. Quella psicologa che con tanta sicurezza aveva sancito che io non ero lesbica (non ce la faceva nemmeno a pronunciarla la parola lesbica) avrebbe dovuto essere radiata dall’ordine, sempre che vi fosse iscritta. Era molto giovane e mi auguro che nel frattempo abbia rivisto certe posizioni e lavorato su di sé.

A distanza di parecchi anni dalla conclusione del primo ciclo, sia per motivi di formazione (ho preso il diploma di counselor), sia perché dopo ogni rottura sentimentale stavo da cani, ho avuto brevemente a che fare con altri terapeuti, tutti bravi per carità, ma devo purtroppo dire che quasi sempre, prima o poi, lo stereotipo/pregiudizio inconsapevole è saltato fuori (anche perché nel frattempo ho sviluppato antenne paraboliche…).

Di recente, in seguito ad alcuni eventi, avevo deciso di intraprendere un altro periodo di terapia e mi fu segnalato e raccomandato un analista lacaniano.
Sulle prime nessun segnale del corpo o del linguaggio che lasciasse intravedere un pregiudizio di sottofondo e ovviamente nessun tentativo di guarirmi o individuare eziogenesi. Certo, non credo che il dottore avesse mai sentito parlare dei “queer studies” (ma forse non si può pretendere tanto); in seguito mi dispiacque parecchio quando gli sentii dire che secondo lui  i gay non dovevano sfilare coi culi di fuori al gay pride (ma anche lì non si può pretendere visto che la pensano così anche molti omosessuali); ancora, avevo trovato discutibili, alla luce di assetti familiari in cui oggi si annoverano famiglie formate da coppie omosessuali o anche semplicemente da coppie etero in cui i ruoli non sono fissi come un tempo, certi dogmi psicanalitici della serie: alla madre si sta in braccio, col padre si cammina nel mondo; mi disturbava poi che a volte facesse lui delle associazioni che peraltro non trovavano in me alcuna risonanza né erano calzanti (ad esempio un sogno in cui mangiavo orecchiette, forse aveva a che fare con l’essere… recchiona (?) termine peraltro che non si usa per/con/tra le lesbiche). Fino a che un bel giorno, quando raccontai di una coppia di miei amici gay che avevano avuto dei bambini all’estero con la surrogacy, mi disse candidamente che il problema che le coppie di omosessuali maschi avranno con i loro figli è che dovranno in un certo senso rendere conto di una sessualità che implica la sopraffazione…
Ora, a prescindere dal fatto che a quei bimbi importerà sapere che i loro genitori si amano aldilà di come fanno l’amore (appunto), qualcuno mi sa spiegare dove starebbe la sopraffazione se non nella mente di un maschio eterosessuale omofobo che immagina il sesso tra due uomini in termini di attivo/passivo, dominante/dominato? (a proposito, nel libro c’è un capitolo proprio sull’importanza del linguaggio che usano i terapeuti).

Devo dire che ho interrotto il lavoro con questo analista per altri motivi e per questioni attinenti più alla sua personalità in generale che per gli episodi menzionati, che pure per qualcuno sarebbero stati più che sufficienti. Questo perché mi ero quasi rassegnata all’idea che spetti a noi “educare” i nostri terapeuti, così come tutte le altre persone, e che dobbiamo fare “formazione” continuamente, come dice sempre una mia amica. Ma a dire il vero non ne sono tanto convinta. E poi, a vederla in questi termini verrebbe da chiedersi perché dovremmo pagare fior di quattrini ai nostri terapeuti e non loro pagare noi visto che li aiutiamo a guarire dal pregiudizio!
Battute a parte, credo che per molti psicoterapeuti la strada per affrancarsi dagli stereotipi su gay e lesbiche sia ancora abbastanza lunga. Si spera, non troppo in salita.

Quanto a me, in sintonia con la citazione iniziale, mi auguro di trovare un terapeuta che abbia meno problemi di me. Uno che creda nella terapia “riparativa”, intesa come il porsi di fronte al paziente omosessuale esprimendogli prima di tutto e autenticamente, per essere andato veramente a fondo della questione, un sostegno e una solidarietà incondizionati.
Io non sono di quell* che pensano che un terapeuta gay sia meglio perché meglio può comprendere un altro gay (Graglia accenna peraltro alle possibili “controindicazioni” nell’avere un terapeuta omosessuale, il quale può entrare in “confluenza” con il paziente o sovrastimare i fattori sociali su quelli intrapsichici), ma vorrei che nessuno più si imbattesse in analisti o psicologi che anche quando non vogliono far guarire, trasudano da qualche poro quell’idea che l’omosessualità sia una condizione non desiderabile e non sono minimamente sfiorati dal pensiero che sia il mondo, e l’Italia in cui viviamo, ad avere qualcosa che non va. Essi trasudano, trasmettono, e anche “confermano” quella non desiderabilità a quei giovani che si scoprono a provare certi sentimenti e pulsioni e che (proprio a causa dello stigma) sperano che il terapeuta gli dica che quella che attraversano è “solo una fase”.

Un terapeuta che voglia lavorare con clienti gay e lesbiche deve interrogarsi a fondo sugli stereotipi inevitabilmente assorbiti. E deve saper distinguere tra i problemi della personalità che ogni essere umano indipendentemente dal suo orientamento sessuale può avere e quello che è il malessere che scaturisce dallo stigma sociale, malessere che proprio in base al carattere e allo stile di personalità può assumere connotati differenti, più o meno problematici.

Ma per quanto mi riguarda, pur essendo grata al dottor D per alcuni input brillanti, non intendo più farmi aiutare da nessun terapeuta che non abbia conoscenza specifica del mondo glbtq, che non sostenga le nostre battaglie, che non mi faccia sentire quella solidarietà incondizionata che sia “riparativa” del danno e dell’offesa di decennali teorie deliranti e patologizzanti della disciplina che rappresenta.

 

Una Risposta

  1. Ho preso appunti…

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