Il Gay Pride non basta più

All’ultimo Roma Pride, mentre aspettavo lungo il percorso di unirmi al corteo e mentre già sfilavano i primi carri e le prime drag e trans, una bambina di pochi anni chiedeva a sua madre: “Mamma, che sta succedendo?”. E la madre, dopo un attimo di esitazione: “eh… amore, è’ un carnevale estivo”.

Quella donna non sembrava particolarmente ostile ed omofoba, ma non trovava le parole per spiegare alla figlia quello che stava accadendo. Certo, avrebbe potuto farlo. Avrebbe potuto semplicemente dire: “Amore, sono delle “persone”, tante, che festeggiano la loro festa e nello stesso tempo protestano perché vengono trattate ingiustamente”. Ma il fatto è che il tabù del sesso è forte in questo paese e troppe persone hanno le stesse difficoltà e lo stesso imbarazzo di quella mamma. Fateci caso, gli etero che partecipano ai pride per sostenere la nostra comunità, se intervistati, tengono subito a chiarire il loro orientamento sessuale e non lo fanno soltanto per far capire che ci vogliono sostenere. Sono anche imbarazzati.

L’omofobia è radicata e non ne usciremo con i pride estivi.

Io non sono un* di quell* che sostengono che ai pride bisogna sfilare in giacca e cravatta. Il pride è una festa e le nostre feste sono variopinte e devono rimanere tali.

E’ una carnevalata? Va benissimo, è il nostro carnevale. Spieghiamolo alla gente. Distribuiamo volantini lungo i pride nazionali itineranti (al posto di tutte quelle bottiglie di birra, perché no?) e raccontiamo alla gente la storia del nostro movimento, come è nato il gay pride, cosa vuol dire “to be proud”, essere fieri, voler vivere alla luce del sole la nostra condizione che malattia non è, devianza non è, contragio non è.

Il pride va bene così e non si tocca (semmai si ritocca), ma non basta più. Ci pensavo proprio sabato e sono contenta di leggere che Giuseppina La Delfa abbia pensato la stessa cosa. Occorre un’altra manifestazione, magari invernale (con cappottoni e sciarpe), magari arrabbiata (ma sempre pacifica e non violenta!), magari a Roma e che coinvolga tutta la popolazione possibile: quelli che non riescono a spiegare ai bambini cos’è il pride; quelli che come scrive giustamente Cristiana Alicata sarebbero dalla nostra parte, ma sono cattolici e si allontanano se si vilipendono i simboli della religione (anche perché Gesù sarebbe stato assolutamente dalla nostra parte e ricordiamoci che non tutta la chiesa cattolica la pensa come Ratzinger e Bagnasco); quelli che sono friendly ma si imbarazzano un pochino a manifestare con le drag queen e le trans e bisogna aiutarli perché chi di noi non è stato imbarazzato scagli la prima pietra.

Il pride non basta più perché possiamo inventarci quello che ci pare, sfilare con i carri per le vie, riempire i blog, intasare le caselle email dei politici cercando di incontrarli, ma fino a che non riusciremo a coinvolgere eterosessuali che sposino completamente e prendano a cuore la nostra causa, non arriveremo a destinazione. E forse, mi viene da dire, otterremo addirittura l’effetto opposto, specie con certi governi, vedi l’attuale. Non gli siamo graditi e come esseri umani quando qualcuno non ci è gradito e ci sta col fiato sul collo, ci indispettiamo e ci esasperiamo. E’ vero che c’è la possibilità che per togliere di mezzo chi ci alita sul collo gli diamo quello che chiede, ma esiste anche la possibilità di ricevere bel un calcio nel sedere.

Questo non per dire che bisogna rinunciare alla lotta, anzi. Il problema a mio avviso, con i politici, è proprio il voler alitare/dialogare/educare a tutti i costi; è il “facciamogli vedere che non siamo dei mostri con tre braccia e due teste”. Lo sanno che non siamo dei mostri. Lo sanno benissimo. Ma fanno finta di niente e magari vanno in giro a dire che rispettano i gay e hanno tanti amici omosesssuali.

E chi non lo sa ancora è perché vuole rimanere nell’ignoranza. Non c’è bisogno di conoscere un gay per capire che è una persona uguale agli altri e che c’è una discriminazione assurda. Io non ho dovuto conoscere un nero per non essere razzista e discriminare in base al colore della pelle.

Dunque occorre cercare di coinvolgere al massimo quelli che GIA’ sono dalla nostra parte, i cittadini eterosessuali, i politici eterosessuali, gli psicologi eterosessuali, gli intellettuali, i giuristi.
Una volta coinvolti, lasciargli perorare la nostra causa, mandandoli avanti e rinunciando un po’ al nostro protagonismo. Stante la situazione attuale occorre essere lungimiranti e scaltri. Dosare le forze. E occorre smetterla di dialogare con la destra. Questo penso.
E penso anche che non mi accontento affatto di una legge “contentino” che ci collocherà comunque tra i cittadini di serie B perché sottintenderà che la famiglia è quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna.
Nossignori. Io voglio l’equiparazione dei diritti, cioè il matrimonio ed il diritto di procreare e adottare con le stesse prerogative delle coppie etero, e la battaglia deve cominciare adesso, non dopo, perché se ci accontentiamo della “leggina” ce la terremo e passeranno secoli. Non importa se molti di noi non vogliono sposarsi e non credono nel matrimonio. Non è questo il punto. E lo dovremmo sapere.

E arrabbiarci.

Non è che in passato i neri sono andati dai bianchi a dialogare e a dire: guardadeci siamo brave persone, siamo come voi, abbiamo solo il colore diverso della pelle!

No, i neri si sono arrabbiati e hanno lottato (facendo nel contempo comunità).

Questa secondo me è la strada.
Ed ecco perché il Gay Pride non basta più.

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