Il dilemma sul matrimonio secondo Butler

Mi rendo conto che in un momento così difficile e delicato per quello che riguarda i diritti civili in Italia può sembrare strano e inopportuno proporre questo contributo di Judith Butler (che personalmente ho trovato molto interessante) sulla questione dei matrimoni gay. Lo faccio con l’idea che, fermo restando le nostre battaglie, perlomeno nelle nostre riflessioni, si possa andare già oltre. Buona lettura.

“…Quando arrivi all’ospedale per visitare la persona che ami, non ti è consentito farlo…quando quella persona entra in coma non ti è concesso di esercitare alcun diritto testamentario, e quando muore non ricevi il suo corpo…quando il vostro bambino è rimasto con te, genitore non-biologico, potresti anche non essere in grado, davanti alla corte, di contrastare le pretese dei parenti biologici, potresti perdere la custodia del tuo bambino e persino la possibilità di avvicinarlo…

Queste sono tutte forme alquanto significative di privazione del diritto alla libertà, rese ancor peggiori dall’annullamento personale che avviene nella vita quotidiana e che immancabilmente mina la relazione di coppia.

Il senso di delegittimazione può rendere ancora più difficile sostenere un legame che comunque non è reale, un legame che non “esiste”, che non ha mai avuto la possibilità di esistere, la cui esistenza non è nemmeno mai stata concepita. Se non si è reali, può essere alquanto problematico sostenere nel tempo la propria esistenza. Ed è qui che l’assenza di legittimazione da parte dello Stato può affiorare nella psiche come un senso di insicurezza pervasivo, se non fatale. Ci è venuta realmente a mancare la persona amata, se in realtà quella persona non è mai stata riconosciuta come tale? Si tratta davvero di una perdita che può essere compianta pubblicamente? Di sicuro si tratta di un problema che riguarda in maniera diffusa la comunità queer, considerate le perdite causate dall’AIDS, perdite di vite e di amori che lottano perennemente per essere riconosciuti in quanto tali.

D’altro canto, perseguire la legittimazione statale, al fine di porre rimedio a tali ferite porta con sé una moltitudine di nuovi problemi, se non di nuove angosce. Il fallimento del tentativo di assicurare un riconoscimento statale alle proprie relazioni intime può essere vissuto solo come una forma di derealizzazione, se i termini della legittimazione statale hanno il controllo egemonico sulle norme di riconoscimento. Se lo Stato, in altre parole, monopolizza le fonti di riconoscimento. Esistono altri modi per potersi sentire possibili, intelligibili e anche reali, al di fuori della sfera di riconoscimento statale? Non sarebbero forse auspicabili? Che lesbiche e gay, data la storia del loro movimento, si rivolgano allo Stato, non sorprende: l’attuale campagna per il matrimonio gay rappresenta, in qualche maniera, una risposta all’AlDs e, soprattutto, una risposta indotta dalla vergogna, attraverso la quale la comunità gay tenta di rinnegare la propria, cosíddetta, promiscuità, mostrandosi sana, normale e capace di sostenere nel tempo delle relazioni monogame. Questo certamente mi riconduce alla domanda, posta in modo sarcastico da Michael Warner (2002), se la spinta a diventare riconoscibili, nell’ambito delle norme di legittimazione esistenti, esiga che si aderisca a una pratica che delegittima quelle vite sessuali che sono strutturate al di fuori del legame matrimoniale e delle presupposizioni di monogamia. La comunità queer è disposta a un tale disconoscimento? E con quali conseguenze sociali? Ma com’è che si consegna allo Stato il potere del riconoscimento, nel momento in cui si afferma di essere irreali e illegittimi senza di esso? Esistono altri espedienti di riconoscibilità,altre possibilità di sfida agli attuali regimi di riconoscibilità?

Ecco qui il terreno su cui sorge il dilemma: da un lato, vivere senza norme di riconoscimento comporta una notevole sofferenza e modalità di asservimento che confondono le distinzioni tra le conseguenze psichiche, culturali e materiali. Dall’altro lato, l’esigenza di essere riconosciuti, che rappresenta una richiesta politica molto potente, può condurre a nuove forme di gerarchia sociale, a un’esclusione prematura della sfera sessuale e all’estensione e al rafforzamento del potere statale, qualora quella stessa esigenza non costituisca una critica alle norme di riconoscimento che lo Stato richiede e istituisce ai fini della legitimazione. In effetti, richiedere il riconoscimento statale significa, in verità restringere il campo di riconoscibilità degli assetti sessuali legittimi, rafforzando così lo Stato come fonte delle norme di riconoscimento e obliterando le altre possibilità inerenti alla società civile e alla vita culturale. Richiedere e ricevere riconoscimento in conformità a norme che legittimano il matrimonio e delegittimano le altre forme di unione, o a norme che si rapportano criticamente al matrimonio, significa spostare il luogo della delegittimazione da una parte della comunità queer a un’altra o, piuttosto, trasformare una delegittimazione collettiva in una selettiva. Tale pratica è di difficile, se non impossibile, conciliabilità con un movimento radicalmente democratico e sessualmente progressista. Cosa comporterebbe escludere dalla sfera di una potenziale legittimazione chi vive al di fuori del matrimonio, chi non è monogamo, chi vive da solo o in una qualsiasi situazione che non sia conforme al canone matrimoniale? Vorrei aggiungere un avvertimento: non sempre si sa cosa si intende per “Stato”, quando ci si riferisce a un genere di “legittimazione statale” che avviene con il matrimonio. Lo Stato non rappresenta un organismo compatto, le sue parti non sono sempre coordinate fra di loro. Esso non è ríducibile alla sola legge, né il potere è riducibile al potere dello Stato. Sarebbe sbagliato concepire la sfera d’azione dello Stato come comprendente un unico insiemedí interessi oppure considerare i suoi effetti unilateralmente positivi. Penso che lo Stato possa essere manovrato e sfruttato. Inoltre, le politiche sociali, che applicano la legge alle istanze locali, molto spesso rappresentano il luogo di messa in crisi della legge, che può essere contestata nelle sedi giudiziarie, ed esse sono anche il luogo in cui nuove configurazioni di parentela hanno l’opportunità di acquisire nuova legittimità. Certamente, alcune proposte rimangono alquanto controverse: l’adozione interrazziale, l’adozione da parte di single di sesso maschile, di coppie gay maschili, di persone non coniugate o da parte di strutture di parentela che comprendano più di due adulti. Vi sono dunque motivi di preoccupazione per quanto riguarda la richiesta di riconoscimento statale per le unioni intime, perché in tal modo si contribuisce a estendere il potere dello Stato nella società. Ma queste motivazioni superano forse quelle che auspicano riconoscimento e diritti, ottenibili attraverso un contratto legale? I contratti funzionano in modi differenti nel favorire l’autorità statale e assoggettare al controllo regolatore le persone che li sottoscrivono. Ma pure affermando che in Francia i contratti sono concepiti come dei diritti individuali, e quindi meno soggetti al controllo statale, la forma stessa dell’individuazione è considerevolmente legata alla legittimazione dello Stato, anche se, o esattamente quando, esso sembra occupare un posizione abbastanza debole rispetto al processo contrattuale stesso.

Pertanto le norme statali operano in maniera diversa nei vari contesti nazionali. Negli Stati Uniti, le norme di riconoscimento, fornite dallo Stato, non solo mancano spesso di descrivere o di regolare le pratiche sociali esistenti, ma diventano il luogo dell’articolazione di una fantasia di normatività che proietta e delinea una versione ideologica della parentela,nel momento in cui essa viene contestata e decostruita. Quindi, sembra che fare appello allo Stato sia, al contempo, un appello a una fantasia già istituzionalizzata a livello statale, e un commiato dalla complessità sociale esistente, nella speranza di diventare finalmente “socialmente coerenti”. Ciò` significa anche che esiste un luogo verso cui è possibile volgersi, che è chiamato “Stato”, il quale alla fine ci renderà coerenti. Tale cambio di direzione ci rimanda infatti alla fantasia del potere statale. Jacqueline Rose sostiene, in modo persuasivo che “se lo Stato solo in parte significa ‘qualcosa di esistente’, si poggia sulla convinzione individuale che esso ‘esista o debba esistere’, comincia allora ad avere un aspetto inquietante, simile a ciò che gli psicoanalisti chiamano un fenomeno del ‘come se”‘. I suoi meccanismi regolatori non sono sempre volti a ordinare ciò che esiste, ma a rappresentare la vita sociale secondo certi modi immaginari. L’incommensurabilità fra le stipulazioni statali e la vita sociale reale indica la necessità di riempire tale lacuna, perché lo Stato possa continuare a esercitare la propria autorità e esemplificare il tipo di coerenza che ci si aspetta esso conferisca ai propri soggetti. Come ci rammenta Rose: “Lo Stato è diventato così estraneo e distante da coloro che dovrebbe rappresentare che, a parere di Engels, deve fare affidamento, più o meno disperatamente, sulla sacralità e inviolabilità delle proprie leggi”

Esistono dunque due facce della medaglia; tuttavia non intendo risolvere questo dilemma a favore dell’una o dell’altra, bensì praticare un’analisi critica che tenga in considerazione entrambe. Intendo tenere ferma l’ambivalenza della legittimazione: è essenziale a livello politico rivendicare il diritto all’intelligibilità e alla riconoscibilità, ed è altrettanto essenziale mantenere una relazione critica e trasformativa con le norme che decreteranno quali unioni e parentele godranno di intelligibilità e riconoscibilità…”

Lascia un commento