Una famiglia (arcobaleno) zooantropologica
Era da un po’ di tempo che pensavo che sarebbe stato bello per Trillo avere una compagnia durante le ore in cui è solo in casa… ma poi ero assalita da preoccupazioni e resistenze: il poco spazio, le maggiori spese, il pensiero che i due potevano non piacersi…
E così quando mi hanno portato Agata, una palla di pelo tremante e sudicio di olio motore, ho immediatamente pensato che l’avrei sistemata da qualcuno e che un altro gatto sarebbe stato troppo nei quaranta metri quadri divisi con Trillo… e con una fidanzata che è da me sempre più spesso.
Certo, una sistemazione non la si trova in quattro e quattr’otto e così avevo stabilito che l’avrei portata a casa per qualche giorno, il tempo di organizzare una campagna promozionale tra i miei amici per la sua adozione (ma oramai dovrei sapere bene come va a finire quando ti porti un gatto o un cane a casa. E lo sanno bene coloro che ti convincono a farlo e che contano proprio su questo fattore per considerare conclusa la vicenda e scampare al pericolo che tocchi a loro occuparsene).
Trillo poi non aveva preso affatto bene l’la new entry. Tre anni di vita solitaria e in simbiosi con me avevano minato parecchio la sua socievolezza di quando era un cucciolo, motivo per il quale mi ero preoccupata di prendere tutte le precauzioni e gli accorgimenti per non metterli subito a contatto diretto. Avevo visitato siti e sfogliato manuali su come introdurre un cucciolo in una casa con altri gatti e con certosina pazienza per giorni avevo chiuso le porte per separare gli ambienti, scambiato ceste e ciotole perché si abituassero all’odore…ecc. ecc.
Il problema non era certo la piccola. Lei avrebbe voluto aggregarsi al fratellone immediatamente…e infatti quando dopo diversi giorni mi ero decisa finalmente a farli incontrare nella stessa stanza, lei aveva emesso un trillo di gioia come per dire “finalmente!”, mentre lui aveva “soffiato” e si era allontanato profondamente indignato.
Ma avevo visto di peggio tra gatti, e quel soffio era sembrato quasi “di prassi”, emesso senza molta convinzione e senza un’effettiva ostilità, più forse per paura e reazione all’impertinenza di quella peste appiccicosa che si era permessa di mettersi subito a giocare con la sua coda e che era venuta a sconvolgere tutti gli equilibri di una perfetta “coppia eterospecifica”.
Dicono che gli animali non soffrono di gelosia, che questa è un’emozione tipicamente umana, ma lo sguardo e l’espressione di Trillo quel giorno e nei giorni seguenti sembravano proprio quelli di un innamorato geloso. Osservavo attentamente quello che succedeva e non mi sembrava affatto una questione di territorio e di spazi da dividere, quanto di “attenzioni” dimezzate. Egli non poteva sopportare la vista di me che accudivo o accarezzavo la piccola: immediatamente se ne andava offeso, nonostante io mi fossi imposta di stare molto attenta in quel momento delicato e mi limitavo con la piccola ai contatti strettamente necessari, confortata anche dal fatto che lei non anelasse tanto ad interagire con me umana, ma cercasse incessantemente quel bel fratellone che gli era capitato!
E a dire la verità, nei primi tempi non fu proprio un’imposizione la mia perché… non era scoppiato tra me e lei il grande amore che era scoppiato con Trillo qualche anno prima. E anche dopo aver deciso che sarebbe rimasta, confesso di non averle riservato nei primi tempi le stesse attenzioni riservate all’altro.
Il legame tra me e Trillo era stato sin dall’inizio speciale, forse perché l’avevo incontrato in un momento particolarmente doloroso della mia vita e mi aveva salvato in un certo senso da una profonda depressione.
Il suo modo di starmi vicino è da sempre particolare, speciale…quasi paranormale. Dopo tre anni di vita insieme non ritengo più casuale, ad esempio, che se ho un dolore, in una qualsiasi parte del corpo, lui si acciambelli esattamente intorno al punto dolente; o che, se ho litigato con Marianna e sono di cattivo umore, non si stacchi da me per tutta la notte.
Perciò all’inizio con Agata mi sentivo tanto come quei genitori che preferiscono un figlio all’altro, e la cosa mi faceva sentire terribilmente colpevole e ingiusta.
Ma ora, osservando la faccenda a distanza di mesi, ho capito che avevo solo bisogno di tempo. Inoltre, questo mio atteggiamento di distanza ha fatto in modo che i due gatti fraternizzassero di più tra loro e ha rassicurato presto Trillo sul fatto che il mio affetto per lui sarebbe rimasto immutato. Il fatto poi che ci fosse spesso Marianna in casa con noi, ha impedito che la piccola prendesse me quale unico punto di riferimento e ciò ha determinato un’interazione più “sana” tra tutti noi. Una specie di “periodo edipico zooantropologico” , insomma.
Bruce Springsteen cantava “Two hearts are better than one”, e io aggiungo che, in questi casi, tre cuori, e anzi quattro, sono meglio di due. Fanno – sempre zooantropologicamente parlando – una famiglia. E poi non è mai bene avere un solo, unico, esclusivo legame affettivo con qualcuno, perché quando questo qualcuno per qualche motivo è assente o, peggio ancora, viene improvvisamente a mancare, non hai nessuno che ti conforti, che ti distragga, che ti occupi. Trillo non ha più soltanto me ed io, come “genitore zooantropologico”, mi sento più tranquilla.
Per quanto riguarda la piccina, essendo io ormai al terzo cucciolo, ho imparato ad affrontare le cose con meno ansia e meno soffocamenti, che non vuol dire necessariamente amare di meno, anzi. E direi che questo vale decisamente anche nei rapporti affettivi e amorosi tra esseri umani.
Insomma, ora siamo un gruppetto felice ed equilibrato. I due mici sono diventati inseparabili, giocano, si coccolano, si puliscono e si rotolano, ma poi cercano anche me, il loro care giver e supervisore, e pure Marianna, che li adora e che con l’arrivo della piccola, ha ritrovato un po’ della sua infanzia … Trovo tutto questo incredibilmente tenero. E trovo anche che sia perfetto avere due gatti, quando si hanno esattamente due mani per poterli accarezzare all’unisono…
Ma prima di andare avanti con queste storie, urge che io vi rassicuri sulla mia salute mentale e chiarisca alcune questioni relative al concetto di “antropomorfizzazione”, tanto caro specialmente…agli “antropocentristi”
Personalmente detesto quando qualcuno, vedendo trattare gli animali come esseri pari in natura, se ne esce col discorso che l’animale va trattato da animale, intendendo forse che non va trattato (o addirittura maltrattato), perché non è dei nostri, di noi che siamo più importanti, di noi che siamo i padroni della terra.
Io non la penso affatto così. Gli animali per me hanno pari dignità. Se poi si intende che dobbiamo rispettare le loro caratteristiche etologiche, allora sono assolutamente d’accordo, tant’è che pur considerando questi due gatti parte della mia famiglia, intesa come nucleo di esseri viventi che si sono scelti e che hanno un legame d’affezione, non comprerei loro un cappottino, nè darei mai loro, che sono carnivori e sedentari, i miei avanzi di pasta, cosa che fanno proprio quelli che dicono di trattare da animali gli animali… E per quanto riguarda le coccole beh, basta osservare certe specie in natura per capire che le attenzioni e la reciproca cura non sono affatto una prerogativa umana.
Così come il matrimonio e la famiglia non sono una prerogativa eterosessuale. Ma anche l’”eterocentrismo”, si sa, conta un sacco di adepti: quelli che dicono di amare i gay e di avere molti amici gay…e però poi… mica si possono dare ai gay gli stessi diritti!
E’ più forte di me, lo so. E’ un altro discorso…o forse invece non lo è affatto.
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viva le coccole tra ogni specie!
bella la mia lilla! :-)