Perché Facebook – I parte

Qualche giorno fa, dopo aver opposto la tipica, sana, resistenza che la gente come me si impone di fronte alle mode e ai fenomeni di massa, mi sono registrata su Facebook, con la scusa ufficiale di curiosare e cercare di capire il motivo di una febbre che ha contagiato anche i miei amici più seri e impegnati, i quali già da tempo mi mandavano inviti ad iscrivermi.
Per sentito dire sapevo che tramite FB è possibile ritrovare vecchi amici, compagni di scuola, parenti lontani, ma non ero poi tanto attratta da questa prospettiva poiché mi ero detta: le persone di cui ho perso i contatti sono quelle di cui ho in un certo senso “voluto” perdere i contatti o che non ho particolare desiderio di ritrovare; i parenti me li sorbisco già dal vivo quelle volte che mi tocca e non mi va di ritrovarmeli anche on line; idem per i colleghi di lavoro….Ma allora perché una volta fatto il giro di curiosità, ho inserito il mio profilo e ci sono rimasta? Che cos’ha questo Facebook di tanto attraente e di così diverso da altre piazze virtuali?
Ebbene, credo che la questione sia molto legata a quei concetti della sociologia moderna come il “capitale sociale” (nel senso della costruzione, della manutenzione e del rinsaldamento dei legami sociali) e “la costruzione del sé” che avviene oltre che sul palcoscenico del reale, anche su quello digitale. La positiva ed interessante novità è costituita dal fatto di usare non un nick ma il proprio nome e cognome reali, sollecitati da un sistema che ci fa presente che è obbligatorio, ma soprattutto da quel desiderio, a volte inespresso come nel mio caso, di ritrovare gli amici che abbiamo conosciuto nel mondo reale o di essere a nostra volta ritrovati, cosa che spinge anche a mettere la propria fotografia proprio per facilitare la ricerca.

Qualcuno ha scritto che il successo dei social networks è dovuto alla capacità di riunire spazio-temporalmente gli aghi del pagliaio di un sistema in cui l’individuo è molto più complesso di un tempo, nonché al tentativo di rimediare all’azione inaridente di un sistema di vita che erode i legami sociali sin dall’infanzia dato che ci si separa prima dagli amichetti, poi dai compagni di scuola e di università e via di seguito.
Devo dire che non sono proprio sicurissima che l’inaridimento socio-affettivo nelle nostre vite non sia causato, o quantomeno aggravato, dall’abuso di strumenti di comunicazione tecnologici e virtuali, che però sono per l’appunto *strumenti* nelle nostre mani, dunque di per sé non hanno uno scopo. Lo scopo è determinato da chi di quello strumento fa uso.
Uno degli scopi di FB può essere quello di recuperare quelle parti che hanno formato la nostra identità, poiché siamo fatti non solo di ciò che abbiamo fatto, ma anche di chi abbiamo conosciuto e in questa ottica vedere che fine ha fatto un nostro vecchio amico non è una forma di pettegolezzo o voyerismo ma di “comprensione del sé”.
C’è poi un altro aspetto legato secondo me al mondo e alla “rete” delle persone glbt: moltissimi sono i gay e le lesbiche che non hanno fatto coming out o che non lo hanno fatto completamente e chi demonizza i social network o l’uso di internet per fare amicizia o cercare relazioni non tiene conto dell’importanza che può avere per una persona con problemi di visibilità, in famiglia o sul lavoro, che magari vive in un piccolo centro dove non ci sono associazioni omosessuali e possibilità di incontro, il potersi costruire un capitale sociale alternativo e sentirsi libero/a di
esprimere la propria identità. Paradossalmente quindi, e all’opposto di tanti eterosessuali che fingono di essere qualcun altro quando sono sul web, molti gay e lesbiche, che per timore dello stigma “fingono” nella vita reale, possono invece essere autentici in rete.

Il rischio, certo, può essere quello di rimanerci avvinghiati, di assuefarsi ai contatti e ai dibattiti esclusivamente o prevalentemente virtuali, e chi mi conosce sa che ho sempre espresso preoccupazione a questo proposito.
Ciò nonostante non condivido molto, per quello che riguarda FB, l’allarme di certi psicologi che parlano di “senso di vuoto”, di “insoddisfazione e frustrazione”, di “mania” e di “tecno-dipendenza” delle persone che lo utilizzano. Non lo condivido proprio per le considerazioni di cui sopra, anche se mi rendo conto che per gli adolescenti il problema si pone in qualche modo. Mi sono fatta però l’idea ,in questi pochi giorni di utilizzo, che in FB c’è meno possibilità di “finzione”, e questo per due motivi: il primo è che in teoria dovresti avere già qualche amico nella vita reale e per far funzionare la baracca del tuo “capitale sociale” devi dire, o far capire, chi sei veramente; il secondo è basato sul vecchio proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò di sei”, vale a dire che puoi vedere chi sono gli amici degli amici. Spesso sono persone che conosci direttamente, oppure persone di un altro giro, persone che stimi o che magari reputi terribilmente antipatiche, dunque puoi farti un’idea e regolarti.
Insomma, il “profilo digitale” delle persone in FB (che è l’insieme di come si descrivono loro e di come le “vedi” tu) risulta “abbastanza” vicino al profilo reale.
Questo discorso naturalmente non vale per chi va in cerca di gente sconosciuta: in questo caso, certo, può capitare di tutto (in bene e anche in male), ma sono comunque dell’idea che la superficialità dei rapporti, i pericoli, o il rischio di incappare in qualcuno che finge di essere qualcun altro, non riguardano soltanto la rete e non sono certo fenomeni di oggi: personalmente ricordo bene i tempi in cui più di vent’anni fa, frequentando i locali e gli ambienti eterosessuali, ci si poteva imbattere in ragazzi abili nel recitare e raccontare balle pur di portarsi a letto una donna, per poi sparire dalla circolazione (ma questi erano i casi più fortunati). Non ci si poteva togliere neanche la soddisfazione di tempestarli di sms o di mail contenenti insulti ed epiteti vari! La tecnologia in questo senso aiuta…

Tornando a Facebook, credo che il suo successo non sia casuale proprio perché risponde a un bisogno di maggiore “autenticità” nelle piazze e sui muretti di ritrovo nel web. Poiché siamo dentro un ingranaggio di vita da cui è difficile (anche se non del tutto impossibile) sottrarsi, ecco un mezzo che con la sua semplicità e funzionalità permette di mantenere più facilmente i “contatti” con le persone che si conoscono già, o di creare una vasta community di persone glbt, con il vantaggio di una comunicazione prevalentemente async, ma senza battibecchi e scambi di mail chilometrici, ché le energie servono. E allora un click e mandi un saluto, condividi un pensiero, le foto dell’ultima manifestazione, un link a qualcosa di importante, informazioni e notizie che sulla stampa e in televisione possiamo ormai sognarci di veder passare.
In FB c’è il serio ed il faceto. Ci sono gruppi, movimenti di opinione, e chissà che anche questo non possa servire per esempio a far circolare le idee e a resistere al “berlu-regime”.
Ci si attacca a tutto…

Il dubbio semmai potrebbe essere relativo all’efficacia di questo tipo di comunicazione. Se uno ha tanti contatti e vuole utilizzare questo strumento a scopo di diffusione, anche pubblicizzando se stesso e le proprie attività, non rischia prima o poi, con tutta la roba che viene postata, di ogni genere, di smettere di leggere e di interagire finendo per fare un uso onanistico del mezzo? E volendolo evitare, mettendosi cioè ad interagire con gli altri, non rischia di passare tutto il suo tempo libero davanti allo schermo?
(staremo a vedere…)

per leggere la seconda parte clicca qui

Lascia un commento