Pluto, il disgusto e l’accettazione

Quando qualche tempo fa vidi per la prima volta Pluto mangiare escrementi nei giardini pubblici, provai rabbia e disgusto nei suoi confronti. Lo tirai via sgridandolo e lo riportai alla base senza rivolgergli la parola, incredula, delusa, incapace di trovargli alcuna giustificazione. Come un genitore che “scopre” il figlio fare qualcosa che dal suo punto di vista è riprovevole, sentii l’impulso di cacciarlo via da me, allontanarlo, rinnegarlo.

Nei giorni seguenti la scoperta, avevo continuato a portarlo fuori come sempre, alternandomi con i soliti colleghi con cui ci diamo i turni e continuando a sentirmi ancora sottosopra e un po’ arrabbiata con lui. Lui era sempre il solito, gioioso e pieno di gratitudine con quella sua coda grossa e dura che quasi ti fa male quando la agita felice di vederti e di uscire per una spedizione; con la solita bottiglietta di plastica che subito va a raccattare in qualche cestino del cortile mettendosela tra i denti perché senza non può uscire; con quella sua andatura trotterellante e un po’ dinoccolata sempre alla ricerca di odori, di informazioni, di cespugli da marcare.
Arrivati ai giardini lo scioglievo come al solito, ma con il terrore che ripetesse quell’odioso comportamento, che infatti non tardò a ripresentarsi, anche perché in quella zona vivono delle persone disperate senza fissa dimora, che nei giardini mangiano, si lavano e fanno i loro bisogni (non li chiamo extracomunitari oppure ” i rumeni” perché non so in verità in che paese siano nati e perché detesto quando il linguaggio dei media non fa la sua parte per smettere di alimentare il pregiudizio. Quelle persone fanno parte della “comunità umana” e sono colpevoli di qualche cosa solamente se commettono un reato, esattamente come qualsiasi altro cittadino nato in Italia, anzi, a dire il vero con qualche attenuante in più).

Tornando al cane, non mi capacitavo. Lo vedevo partire per mangiare…quella roba… quasi fosse una prelibatezza e allora, con voce grossa, cercando di tirar fuori il soggetto *alfa* che è in me, pronunciavo un secco e canino “NO!” trascinandolo poi via per il collare.
Rientrando gli lavavo il muso e mi disinfettavo le mani, avvilita e pensierosa sul da farsi, le prime volte non riuscendo neanche ad accarezzarlo e a dargli come sempre, concentrandole in quell’ora al giorno in cui mi occupo di lui, le mie solite pacche sulla testa e sul dorso per fargli provare quel minimo di contatto fisico di cui la sua razza in particolare ha estremamente bisogno. Ma non ero per niente soddisfatta di quel mio atteggiamento e mi sentivo proprio come…una merda… Come potevo voltare le spalle a lui, il mio migliore amico, importante e bisognoso?

Da quel giorno ho cominciato a cercare notizie e informazioni, scoprendo ad esempio che i cani che si comportano in questo modo possono avere problemi fisici, malattie come l’insufficienza pancreatica, o carenze nutrizionali. Allora, d’accordo con i miei colleghi e colleghe che si occupano come me di lui, l’ho portato dal veterinario. Per fortuna nulla di grave è stato l’esito e gli abbiamo somministrato un farmaco e degli integratori per qualche settimana.
Ma la cosa più importante che ho scoperto con le mie ricerche è che i cani possono avere questo tipo di comportamento – che si chiama coprofagia – quando vivono in un ambiente con stimoli monotoni, o quando vogliono attirare l’attenzione o se hanno un esagerato comportamento esplorativo. Tutte cose verosimili, pensando a Pluto che vive in un recinto, e sta per la maggior parte del tempo da solo. Noi si cerca di fare del nostro meglio, ma quello è pur sempre un posto di lavoro e in fondo per lui è sempre meglio che stare in un canile.
Io e la mia compagna poi la domenica ce lo portiamo spesso via, in macchina, al mare, o in ville più interessanti. Lui è felice come una pasqua, corre e si rotola tutto il giorno e ogni volta mi piange terribilmente il cuore quando lo riporto nel suo recinto (ma non mi faccio vedere e lo saluto sempre allegramente, quasi ignorandolo, come insegna
Jan Fennel).
Dunque, se il motivo del suo comportamento è proprio la monotonia, allora sarebbe davvero orribile se gli negassimo il nostro affetto ora. Dobbiamo amarlo di più. Invece purtroppo ho il sospetto che qualcuno di noi abbia smesso di portarlo a passeggio. Basta, finito, non gli vuole più bene. Se è così, spero che prima o poi quel qualcuno si renda conto di quanto sia ignobile abbandonare un cane. Anche se non lo ha abbandonato in mezzo a una strada, negandogli di punto in bianco l’affetto e le attenzioni lo ha abbandonato comunque  (non auguro a chi si comporta così di subire lo stesso trattamento quando, da vecchio, si farà improvvisamente la cacca addosso e i figli magari lo schiferanno).
Quanto a me, giro con in borsa l’amuchina in gel, e in tasca dei piccolissimi pezzettini di pollo che tiro fuori quando vedo Pluto andare verso i cespugli incriminati. Non ci pensa più, preferisce il pollo.
Poi, per festeggiare giochiamo a palla, ché a lui piace tanto.

E mentre torniamo alla base, penso a quando certi genitori scoprono di avere un figlio o una figlia omosessuale e hanno una reazione di totale disgusto perché pensano che è una cosa schifosa, che non si fa, e non tollerano l’idea di ritrovarsi un figlio che – dal loro punto di vista – è come se mangiasse merda nei giardini…
Ma nel proporre questi miei pensieri voglio assolutamente sottolineare che non vi può essere nessuna analogia tra l’omosessualità umana e i disturbi alimentari del cane, perché omosessuali non si è per noia o per malattia, né il comportamento (o meglio l’orientamento) omosessuale si può correggere con farmaci e diversivi. Ciò che voglio suggerire è semplicemente la metafora dell’accettazione della diversità di chi amiamo con tutto il cuore.
Questa faccenda mi ha insegnato che in un mondo in cui subiamo condizionamenti già dallo stato fetale, una reazione di disgusto per un comportamento che ci sembra inconcepibile possa considerarsi…umana. Sono tuttavia assolutamente convinta che quando è l’amore che ci muove, e non l’egoismo, o il pretendere che il mondo vada come noi ci siamo messi in testa che vada (o come altri ci hanno messo in testa), essa possa e debba essere assolutamente momentanea.

E’ per amore che tanti genitori hanno cominciato a documentarsi e hanno sconfitto la propria ignoranza, finendo per lottare accanto ai figli gay e alle figlie lesbiche ( i genitori dell’Agedo ad esempio).

  

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