Il mio ricordo di Faber

de-andre1Il decimo anniversario della morte di Fabrizio De Andrè coincide, per quel che mi riguarda, con i dieci anni dal ”passaggio”, pochissimo tempo dopo, ad un vivere più autentico (quantunque tanto più faticoso), in armonia con la mia identità e i miei veri desideri, non quelli che la cultura patriarcale ed eterosessuale aveva stabilito per me.
Ricordo bene quella sera dell’ 11 gennaio 1999.  Accesi la televisione e al Tg c’era un servizio su De Andrè. Ne parlavano usando il tempo passato e non riuscivo proprio a capire…non volevo realizzare che era morto colui che più di ogni altri aveva segnato la mia formazione di adolescente, con le sue allegorie e il suo raccontare i perdenti; lui, il padre elettivo dalla voce calma e profonda che cantava che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” , divenuto subito il  mio motto, la mia speranza. Perché in un certo senso “letame” io mi ero sempre sentita.
Dieci anni fa non furono moltissime le trasmissioni a lui dedicate, non quante ve ne erano state per il “mito” Battisti, di cui pure avevo amato le canzoni, ma che non si era mai più concesso al pubblico. Fabrizio no, Fabrizio era rimasto di tutti noi. Anche le sue esequie lo furono. Ed anche se solo davanti a un televisore, tutti quelli che lo avevano amato poterono salutarlo con le lacrime agli occhi e anche la disperata certezza che un altro come lui non sarebbe nato tanto facilmente.
Io avevo cominciato ad ascoltarlo nei primissimi anni ‘80, quando avevo comprato, complice una mia insegnante anarchica che cantava sempre le sue canzoni, il 33 giri del suo concerto dal vivo con la Pfm. Era stata da subito un’esperienza “radiante”, come non ne capitano tanto spesso nella vita, il primo contatto con pensieri e valori che avrei fatto miei, che avvertivo già come miei, motivo per cui mi sentivo tanto diversa da genitori, parenti e affini.
Comprai presto una chitarra e imparai molti accordi delle sue canzoni. Marinella, Il Pescatore, ma soprattutto “Andrea”. Non avevo mica tanto capito che parlava di un amore omosessuale! (perché ero un po’ tonta, o forse perché in quel periodo non volevo capire) e tuttavia il mio inconscio aveva capito…  Andrea aveva/aveva un amore/riccioli neri/Andrea aveva/aveva un dolore/riccioli neri. Anch’io poco più tardi avrei perso la testa per una ragazza dai riccioli neri…
Di “Via del Campo” e di quanto mi toccassero i due versi finali ho già accennato prima. Ho scoperto, non da molto peraltro, che la prostituta protagonista di quella canzone sarebbe in realtà esistita veramente… e che era un uomo.
Poi anni dopo era arrivata Princesa, un altro ritratto “splendido e vero”….
Insomma, già molti anni prima di prendere coscienza di me, ero vicina alle storie e alle tematiche glbt.
De Andrè invece alle nostre vite era vicino a prescindere e in anni in cui dell’omosessualità in Italia non parlava nessuno, così presentò la canzone Andrea ad un suo concerto del 1992:
«Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo poetico, i figli della luna; alle persone che noi chiamiamo gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Mi fa piacere cantarla così, a luci accese, a dimostrare che oggi si può essere semplicemente se stessi senza bisogno di vergognarsi».
Sono sicura che se Fabrizio non fosse scomparso nel ‘99 e avesse appreso che nel duemila l’unico giubileo che il “santo padre” Wojtyla non celebrò fu quello degli omosessuali o che veniva dichiarata scandalosa e inopportuna la manifestazione del World Gay Pride; o se qualche anno dopo avesse visto il family day, si sarebbe schierato dalla nostra parte scrivendo una delle sue pungenti canzoni contro la morale bigotta e l’ordine costituito.
Devo dire che mi ha (favorevolmente) sorpreso il fatto che a dieci anni dalla sua morte così tante siano state le manifestazioni, e le trasmissioni, per ricordarlo (su tutte quella di Fazio, anche se troppo retorica a mio parere). E forse questo significa che oggi più di allora, e forse più che mai, c’è bisogno di tenere vivo il suo ricordo, di ascoltare a fondo le sue parole e il suo messaggio.
Personalmente non avrei scelto di trasmettere in contemporanea su tutte le radio ”Amore che vieni amore che vai” che il solito sondaggio – nella stupida era dei sondaggi – ha stabilito essere la canzone preferita dal pubblico e che forse proprio per questo De Andrè stesso non avrebbe scelto (peraltro non è una canzone “d’amore”, ma una canzone sulla caducità di quello che chiamiamo amore), così come a suo tempo non  avrebbe preferito ”La canzone di Marinella”, benché fosse stata quella a decretare il suo successo.
Cosa avrei scelto io di far trasmettere? E cosa, oggi come oggi, avrebbe scelto lui di far trasmettere?
Tirando a indovinare e con un po’ presunzione, lo ammetto, ritengo che per una serie di motivi legati al momento che stiamo vivendo, saremmo stati daccordo nello scegliere ”Canzone di Maggio”.
Ne esistono due versioni, quella ufficiale e quella a suo tempo censurata (non fu l’unica sua canzone ad avere dei guai). Entrambe di una attualità stupefacente, ma addirittura lo è forse di più versione riscritta specie in queste strofe che oggi mi piace cantare: (per ascoltare entrambe le versioni cliccare su questi link:
http://it.youtube.com/watch?v=LVyM8i5mUAM
http://it.youtube.com/watch?v=7ecOXYyGPcE  )

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
….
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Va detto, nonostante questa canzone dal testo sessantottino, che Fabrizio De André apparteneva forse più alla schiera dei ribelli”, dove “ribelli” (secondo la definizione di un pensatore francese) non sta per “rivoltosi” (coloro che insorgono solo in particolari momenti e congiunture); non sta per “rivoluzionari” (i quali vogliono cambiare il mondo con le le dottrine e le ideologie - nonché con le armi - e che una volta al potere diventano peggio di coloro che hanno rovesciato), ma sta per coloro che rifiutano l’ordine dominante in nome di un sistema di valori che hanno dentro di loro e di cui si fanno portatori. Lottano senza la pretesa di cambiare le cose… e in effetti quasi mai ci riescono. La loro ribellione è esistenziale, si sentono ”stranieri” al sistema e al mondo, ma senza per questo smettere di volerlo abitare, perché amano il contatto.
Così era Fabrizio ed è questa l’eredità che mi ha lasciato. Per questo non finirò mai di ringraziare il suo Buon Dio di avercelo donato.
Anche se i ribelli non riescono a cambiare il mondo, il mondo non potrà cambiare i ribelli, gli spiriti liberi, i pensanti e i consapevoli.
E loro intanto cambiano il cuore di tante persone…

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