Cosa scrivevo negli anni ‘80

logo-famiglie-gltDa adolescente scrivevo moltissimo. Non che ora abbia smesso di farlo, ma all’epoca, essendo infelice e tormentata, chiusa nella mia interiorità e paurosa di svelare a me stessa e al mondo il mio reale orientamento sessuale, lo facevo con particolare fervore ed introspezione. Prendevo le mie esperienze personali e sentimentali di allora, sempre molto sofferte, e le impaginavo sotto forma di storie, forse per prenderne le distanze e guardarle come se non fossi stata io a viverle ma un’altra che aveva dei problemi, un’altra che non aveva incontrato se stessa né cercato l’incontro con altri soggetti che parlassero la sua stessa lingua, non riferita beninteso alle mere questioni sessuali, ma alle questioni del mondo e alla visione di esso e delle cose.
Negli anni successivi ho pensato, ogni volta che rileggevo quegli scritti, che ero un po’ dissociata mentalmente, soprattutto quando mi accorgevo di aver aggiunto o ingigantito o inventato di sana pianta degli episodi nelle storie che avevo narrato (più che altro per omofobia interiorizzata e tentativo di nascondere la verità nuda e cruda del mio desiderio).
Certo, senza rendermene conto conoscevo già le regole della fiction, ma questa faccenda mi faceva un po’ paura e forse non mi piaceva già allora. Deve essere stato per questo che ad un certo punto ho scelto di scrivere solo diari e sono diventata “fedele” alla realtà e alle cose che vivo. In fondo poi non credo di avere tutto questo talento per la narrativa. Niente di eccezionale, niente di rivoluzionario è mai uscito finora dal mio cassetto e le cose migliori all’epoca le ho fatte in video, guardando mondi che non erano il mio, internamente lacerato e confuso.
Tuttavia oggi penso che quel modo di scrivere le storie, affidando le angosce alla penna (allora la videoscrittura non era così diffusa e la macchina da scrivere avrebbe fatto troppo rumore in casa), trasferendole sul foglio e guardando da quella poca ma fondamentale distanza quella parte di me che “cercava” e si dibatteva e si tormentava, mi abbia in qualche modo preservato dalla psicosi, lasciandomi soltanto quella “nevrosi” di cui soffre la maggioranza della popolazione occidentale.
D’altra parte non è così che funziona lo scrivere per gli scrittori? Una volta ad un corso un noto romanziere disse che gli scrittori si curano affidando ai personaggi che creano le loro personali nevrosi. C’è chi va dallo psicanalista e chi scrive insomma. Io, per paura di quella dissociazione a sfondo omofobico (non essendo evidentemente pronta per uscire allo scoperto) sono approdata all’analisi, un primo ciclo tanti anni fa, per dirmi lesbica, ora un secondo, per dirmi “serenamente lesbica”, e per dirmi “soggetto”.
Ultimamente l’analista mi provoca affettuosamente dicendo che non “produco” più nulla, di narrato cioè. E benché io mi difenda e opponga tutte le mie brave resistenze di paziente, forse ha un po’ di ragione. Perché mi accorgo improvvisamente che scrivendo le mie storie di adolescente, quel nucleo del mio “Io” che era integro, genuino ed anche  in un certo senso “veggente” si è salvato, è rimasto in stand-by, in attesa di essere portato alla luce e nutrito.
Ed anzi, già allora, schegge felicemente “impazzite” mettevano nero su bianco chi ero e come la pensavo. 

Da una parte sorrido a rileggere le mie ipotesi, un po’ surreali, su quella che sarebbe stata la politica e i costumi nel 2020: immaginavo un futuro popolato da single nevrastenici ed ipocondriaci che andando al bar avrebbero ordinato una bibita al  Lexotan. I soli che si sarebbero salvati dal disfacimento psichico sarebbero stati gli omosessuali e le sole coppie felici sarebbero state formate da persone omosessuali, essendo l’amore etero ormai logoro di duemila anni di sessismo.  Le donne avrebbero ricoperto le più alte cariche (ipotesi un po’ meno surreale forse perché fra otto anni – augurando ad Obama un doppio mandato – dopo un presidente afroamericano maschio, potrebbe finalmente essere la volta di una donna… in Italia di questo passo ci vorrà un altro secolo…).
Ma dall’altra parte quelle righe suscitano la mia totale meraviglia se mi soffermo sul fatto che in anni (metà degli ottanta) in cui in Italia non si parlava minimamente di diritti glbt, di coppie di fatto e di famiglie omogenitoriali, io, ragazzina poco più che ventenne, mentre non ancora dichiarata a me stessa vivevo storie etero, vedevo un mondo in cui alle persone dello stesso sesso sarebbe stato consentito sposarsi e fare figli. Vi sarebbero state famiglie formate da due donne e un bambino e da due uomini e un bambino. Sarebbero esistite banche di sperma dove i donatori avrebbero depositato il seme e donne che si sarebbero fatte fecondare in una clinica (chiedo venia, la surrogacy per gli omosessuali maschi forse era troppo per la mia immaginazione di allora).  
Magari non è stata proprio “veggenza”,  magari avevo visto e sentito qualche cosa che riguardava le lesbiche e le banche di sperma in qualche film americano di allora, ma è lo stesso incredibile, per com’era la vita dentro e fuori di me allora che io abbia scritto quelle cose e le abbia auspicate, nonostante la paura, la solitudine, la mancanza di informazione e il fatto che buona parte della psicologia ancora andava dicendo che l’omosessualità è una fissazione allo stato pre-edipico.
Ho scritto quelle cose e ne sono felice. Sono felice di quel mio piccolo “nucleo” di personalità rimasto integro…e per niente “omofobico” a vederlo da questa angolazione!

E sono felice che oggi, molto prima del 2020, in Italia le famiglie omogenitoriali esistano, anche se le unioni civili non esistono ancora (ma prima del 2020 arriveranno, ne sono sicura, malgrado i Ratzinger e le Binetti).

Chissà, forse invece qualcosa di “rivoluzionario”, perlomeno per quel periodo, da quel mio cassetto è uscito :-)

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