[...] Se Sutton avesse indirizzato il suo libro ai gruppi lesbici, avrebbe scritto che occorre individuare gli atteggiamenti e i comportamenti pericolosi per l’equilibrio dei gruppi di donne, cercando di evitare anche i fenomeni estremi che la presenza di “stronze” può provocare, come l’insoddisfazione, la rabbia, la demotivazione e la fuoriuscita da un gruppo.
Ma chi dovrebbe applicarlo questo metodo a.s? Ebbene, se un gruppo, un’associazione, una community di donne, (così come un’azienda) ha una propria leadership, questa dovrebbe farsi carico di far rispettare le regole che il gruppo si è dato. Non si può prescindere a mio avviso da un codice etico, da comportamenti corretti, e dallo stabilire una cultura del rispetto e della solidarietà, e non solo di facciata.
Si può anche decidere di chiamare il metodo in un altro modo o di chiamare le “stronze” in un altro modo, ma una cosa è certa: le donne che destabilizzano e fanno casino, vanno arginate, e se necessario isolate o espulse (non necessariamente a vita, magari con un periodo di “squalifica”, proprio come nello sport).
Nelle mailing list i moderatori espellono chi manda ripetutamente provocazioni e offese. Non è un compito facile, è come fare l’arbitro in una partita, bisogna essere davvero molto bravi ad applicare le regole ed in modo imparziale. Peraltro in quasi tutte le liste quando vieni espulso, vieni espulso senza possibilità di rientro, cosa che io personalmente non condivido e l’avevo sempre scritto pubblicamente, in tempi “non sospetti” .
Proprio partendo da queste riflessioni non molto tempo fa scrissi nella mailing list che un gruppo dovrebbe sempre avere il fegato di allontanare chi ne minaccia la sopravvivenza. Ma per aver affermato ciò fui addirittura tacciata di “nazismo”, di non essere persona ragionevole e “accogliente”. E’ vero che forse lì per lì non seppi esprimere con più chiarezza il mio pensiero (del resto nessuno me lo chiese prima di sparare a zero) ma non potei credere alle risposte che mi arrivarono. Ancora una volta in tante mi attribuirono unicamente rabbia e gelosia nei confronti di Titina. Mi attaccarono talmente che mi resi conto che non c’era niente che potessi dire in quel momento per chiarire la mia posizione e non me la sentivo di far scoppiare una cosiddetta “flame” e coinvolgere le tantissime donne per le quali quella community è un punto di riferimento importante. Sono inoltre convinta che se leggessero questo mio documento, le stesse che mi hanno attaccato lo rifarebbero. Qualcun’altra direbbe: “Chi io? Non mi sarei mai sognata…no… ti sbagli”. Del resto, persone di quel vecchio gruppo che continuano a rapportarsi con Marianna come se fosse single, dicono in giro di me: “… Non le sono mai stata simpatica…” E non si ricordano di come ero, di come sorridevo loro e le accoglievo.
Me lo dico sempre: “Non devi fare così”(cioè sorridere ed essere disponibile con tutte le donne che ancora non conosco…) e piuttosto che fare una brusca marcia indietro quando mi accorgo che ho di fronte una persona stronza, sarebbe meglio essere inizialmente scorbutica e dare fiducia in seguito, ma non ci riesco. In automatico parto con l’idea che una persona è “non stronza” fino a prova contraria, un po’ come nel diritto penale si parte dalla presunzione di innocenza. Non lo so, mi sembra assurdo partire col pregiudizio al negativo: “può essere una stronza quindi… ”. Certo l’esperienza mi dice che quel pregiudizio sarebbe giustificato e che non ha senso prestare il fianco e farsi ferire (perché lo so quanto certe donne riescono a ferirmi!), ma non credo servirebbe a molto perché a ferirmi non sono quelle singole donne, ma il pensiero, l’idea, che siamo messe così, che ci si debba proteggere, che in troppi casi manchi la sorellanza.
Certo, si potrebbe rimproverare a me la mancanza di sorellanza visto che non sono facile al perdono (né credo al perdono facile stile chiesa-cattolica, la stessa che poi perdono non chiede mai, se non con qualche secolo di ritardo e ovviamente fatta eccezione per gli omosessuali…).
Dove sarebbe il mio spirito di sorellanza se quando una donna mi offende chiudo la porta e non perdono? Eppure ho una sorella, le voglio bene e so cosa vuol dire perdonare, sorvolare, dimenticare le offese. Perché non riesco a farlo con le “sorelle” della comunità lesbica?… Perché proprio come con mia sorella, quando c’è un’offesa (fatta o ricevuta), è il “ravvedimento” quello che ci riapre l’una all’altra. Se questo non c’è, o si discute animatamente, o non ci parla per un po’ finché non si chiarisce la faccenda. Al “facciamo finta che non è successo niente”io non ho mai creduto, perché le tensioni non si sciolgono e sono sempre pronte a riesplodere a distanza anche di molto tempo o in ambiti diversi, o con persone diverse, o sul corpo, perché è così che generalmente funzioniamo e non credo sia una buona politica. Perciò tengo in primo piano l’offesa ricevuta e al tempo stesso non chiudo quella porta per l’eternità. In questo consiste la mia sorellanza (d’altra parte se la mia sorella anagrafica mi offendesse ripetutamente non starei certo lì a lasciarglielo fare).
Ritornando al libro di Sutton e per concludere, sono convinta che il metodo sia praticabile in molti ambiti e a molti livelli, intendo dire anche senza che via sia necessariamente una leadership, qualcuno insomma che decida per tutti. E’ praticabile nei gruppi di pari, laddove si condividano gli stessi valori, ed è soprattutto praticabile “dal basso” (eccetto che per le dittature ovviamente), sempre laddove si condividano dei principi e dei valori e sempre che si decida, per fare un esempio, di voler essere “cittadini” e non “sudditi”, così da evitare che vadano al governo, o addirittura ci tornino, certi personaggi che non hanno a cuore il proprio paese ma una serie di interessi personali.
Io ho un brutto carattere e proprio non riesco a lavorare con persone sleali soprattutto se chi comanda la baracca mi vuole mettere sul loro stesso piano, non facendo peraltro distinzione di esperienza, di competenza e di merito. Può darsi che io appaia presuntuosa, ma… poniamo arrivasse in una scuola elementare il curriculum di un venditore con tanto di laurea, molto abile con le parole che vuole fare a tutti i costi il maestro. Mettiamo che il “preside” lo “raccomandasse” per farlo diventare insegnante elementare con un corso accelerato, convinto che sia capace quanto un vecchio maestro, diplomato alle magistrali, che ha esperienza nella scuola e una formazione specifica. La cosa non suonerebbe forse strana? E non avrebbe forse ragione di arrabbiarsi quel maestro, e di volersene andare da quella scuola? Sembra forse una storia di presunzione e di gelosia? Può darsi, ma si tratta pure dei danni che ne deriverebbero in quella scuola alla quale lui tiene. Per un po’ il vecchio maestro prova a resistere, anche se non si capacita di quanto tutti siano incantati da quel “venditore” promosso dal “preside”, ma più va avanti e più si deprime. Forse perché non è il venditore il problema, ma è il problema sottostante che fa sì che nasca il venditore.
…So che detta così sembra la metafora della storia italiana degli ultimi quindici anni e forse non c’entra nulla con tutto questo discorso. O magari è proprio l’amarezza di vivere in questo paese a farmi vivere così certe mie vicende personali…
Fatto sta che alla fine non ho potuto far altro che uscire dalla community.
Non per questo ho smesso di pensarci e di pensare alle donne e alle loro relazioni e vorrei tanto aver preso una cantonata colossale.
Non so quale sia la strada che noi donne dovremmo seguire, se siano le genealogie, il metodo anti-stronzi, l’autocoscienza o chissà che. Non ho una ricetta, ma di una cosa sono persuasa: che non guasterebbe procedere un po’ per “analogie” oltre che per “genealogie”, per esempio prendendo coscienza di quanto dinamiche e metodi all’interno dei gruppi di donne, o di uomini e donne guidati da donne, siano a volte “analoghi” a quei sistemi che si combattono, riproponendoli invece pari pari, ad esempio, ogni volta che una donna non abbia veramente a cuore le altre donne e la loro crescita (oltre che la propria consapevolezza) ma sia mossa dalla voglia di destabilizzazione o dal desiderio di potere/possesso; oppure ogni qualvolta che le donne al potere esercitino quel potere con parzialità e capriccio secondo logiche che non rappresentano proprio una novità.
Penso inoltre che un’altra necessità etica siano, oltre che le “genealogie” a partire dalle donne che hanno marcato la storia, le “analogie” basate sulle parole delle donne “analoghe” e contemporanee.
E allora, se una donna del mio gruppo mi mandasse un input raccontando pubblicamente che lei da adolescente ha vissuto le mie stesse cose, o mi dicesse che se mi piace una donna, posso solo sperare di essere ricambiata e che se faccio la guerra a un’altra donna posso pure togliermi la soddisfazione di darle fastidio ma alla lunga ci rimetterò io e ci rimetteranno anche le altre, so che farei bene ad ascoltare quell’input. Non vorrei davvero trovarmi nella situazione in cui, accecata dal desiderio, non volessi rendermene conto e avessi donne intorno che per cattiveria o chissà che, e lungi dal farmi del bene, mi sostenessero o mi manipolassero contro qualcun’altra… benché io non creda molto alla tesi per cui una donna intelligente, per quanto inesperta o debole sentimentalmente, possa essere manipolata tanto facilmente. Non più di quanto lei stessa possa manipolare quelle donne da cui ha deciso di farsi sostenere contro un’altra donna.
Temo che in casi come questi non ci sono metodi che possano funzionare….
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Ciao Angelilla,condivido tutte le cose che scrivi.
Purtroppo spesso noi donne siamo le nostre peggiori nemiche. Penso che hai fatto bene a uscire da un gruppo che forse gioiva nel fare da spettatore,aspettando ogni mossa come se si trovasse a una corrida. Sei una donna in gamba e ti sei saputa sottrarre a un gioco malsano per tutte.
Ti abbraccio con la stima di sempre
Giusy