3 – “Genealogie” e metodo a.s.

[...] In molte mi dicevano ma che ti importa? Che ti frega, cosa ti cambia, se una “stronza” non ti saluta? E anch’io provavo a dirmelo, ma senza poter prescindere dalla seguente considerazione: l’inesistenza agli occhi di qualcuno, è una tra le peggiori offese. Ignorare deliberatamente una persona è un atto offensivo, aggressivo e opprimente. Personalmente non riesco a sopportarlo, perché è l’oppressione e l’ offesa inflitta a tutte le persone omosessuali, da secoli, e ancora oggi, in Italia e in altri paesi dove il movimento glbt è ignorato quotidianamente nelle sue istanze. Ed è anche l’ offesa che ci procurano le nostre madri e i nostri padri quando, benché dichiarati, per loro  non esistiamo come gay e lesbiche; quando non considerano i nostri partners, vedendoci come figli “singles” ai quali dare, se avanza, una sola porzione di torta da portare a casa. Non è facile mandare giù tutto questo. E se lo si fa per amore dei propri genitori, non si è tanto disposti a farlo anche con tutti gli altri.
Ma Titina l’avrei perdonata se avesse deposto per davvero le armi come sosteneva a destra e a manca di aver fatto continuando tuttavia a far finta che io non esistessi. 
Le donne sono le peggiori nemiche delle donne. E non lo dico tanto a partire da questa storia personale che ho raccontato… sono tanti gli episodi che potrei citare e non sono certo l’unica ad averne vissuti. La mia rabbia è duplice, non è solo la rabbia di chi si sente offesa intimamente, ma anche di chi sa che sono queste dinamiche la causa della parziale sconfitta del movimento delle donne. Anche se poi questo vale anche per altri movimenti, vedi la sinistra, o il movimento omosessuale stesso, spesso diviso.
A volte penso al movimento dei neri d’America e del Sudafrica, a qual’è stata la chiave delle loro vittorie e penso sia, oltre ad avere avuto dei grandi leaders, anche l’aver coltivato un grande spirito di fratellanza, che a noi spesso manca.
Che cos’è che spesso impedisce a noi di considerarci “fratelli” e “sorelle”?
Una barzelletta dice: meglio essere nero che gay perché se sei nero non devi dirlo a tua madre. Dunque è questa la chiave? Il sostegno della propria famiglia d’origine? E se è solo quel sostegno a insegnarci l’”appartenenza”, non siamo forse fregati, dato che quasi tutti noi, in quanto omosessuali, siamo stati osteggiati, disapprovati, rifiutati, traditi dai nostri genitori? E le donne lesbiche non sono forse fregate il doppio: come donne e come donne omosessuali, dal patriarcato e dall’omofobia? Fregate e tradite soprattutto dalla propria madre?

C’è un saggio di Luisa Muraro di qualche anno fa che riprende il pensiero di Luce Irigaray sull’importanza delle “genealogie femminili”. Irigaray sosteneva che negli anni in cui si praticavano i rapporti tra donne all’insegna della sorellanza e della lotta contro il patriarcato, il problema del rapporto con la madre era stato liquidato in maniera troppo razionale, visto che da una parte ognuna di noi comprendeva la madre oppressa che non aveva saputo insegnarle ad essere libera, dall’altra non poteva evitare il prorompere della propria “bambina interiore” che desiderava ancora le cure, la tenerezza, l’approvazione di una donna e il potere di una donna esercitato in sua difesa.  E Adrienne Rich nel 1977 scriveva che quando le donne sarebbero riuscite ad affrontare e a districare questa contraddizione vedendo fino in fondo la passione confusa della propria lontana bambina, avrebbero cominciato a trasformarla, così che la rabbia cieca e il rancore che ripetutamente esplodono tra le donne che insieme si sforzano di costruire un movimento, avrebbero potuto essere trasfigurati. 
Ecco perché la Irigaray considerava le “genealogie femminili” come una necessita’ etica. Occorre, diceva, una genealogia basata sulla procreazione (madre-figlia) e una genealogia basata sulla parola, cioè la parola delle donne che hanno segnato la storia e marcato il nostro passato.
Diceva anche che una contraddizione non risolta dal femminismo e che incrina il femminismo alle radici, è che nella societa’ che noi chiamiamo “patriarcale” i figli maschi hanno con la madre un migliore rapporto delle figlie e ciò dimostra che una parte della rabbia con cui le femministe attaccano il potere maschile, altro non è che lo spostamento di una non risolta avversione nei confronti della madre, avversione che in maniera latente e’ sempre pronta a rivoltarsi contro di se’ o altre donne, specialmente contro quelle che riproducono qualcosa della figura della madre (e il valore politico del tema delle genealogie femminili e’ in rapporto a questa contraddizione e al suo superamento).
A questo punto mi chiedo: cosa ho riprodotto io della figura materna, nelle donne con cui sono venuta a contatto? Cosa riproducono esse in me, al punto che ho permesso loro di destabilizzarmi? Da dove nasce la mia rabbia verso le donne scorrette, subdole o provocatrici? E ancora: se tutto è legato alla madre e se sono tanto sensibile al tradimento (nell’accezione generica di “imbrogliare” chi accoglie e si fida) e alla scorrettezza, vuol dire che da qualche parte, in qualche tempo, mia madre è stata accogliente ed onesta? Sono dunque fortunata rispetto a donne che forse l’accoglienza di una madre non l’hanno mai conosciuta? 
Ma se non fosse solo una questione di madri?
E se in un gruppo di donne lesbiche la genealogia non fosse sufficiente a tenere insieme il gruppo stesso (visto che oltre a tutto il resto ci si mette di mezzo il desiderio sessuale)?

Ecco perché, se da una parte penso che dovremmo ispirarci al metodo dell’autocoscienza femminista e praticare un’”autocoscienza lesbica” per cercare di prevenire certe situazioni, dall’altra mi convinco pure, anche se so che questo farà sorridere, che nei gruppi lesbici bisognerebbe iniziare a praticare un altro metodo, quello illustrato nel recente saggio di Robert Sutton intitolato “ Il metodo antistronzi”.
Quando mi sono imbattuta in questo libro ho pensato, leggendo il titolo, che non fosse una cosa tanto seria. Ma poi ho scoperto che Sutton è docente di Scienza dell’ingegneria gestionale presso l’Università di Stanford e che il suo libro è entrato tra i testi della facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma.
Il saggio si riferisce all’applicazione del “metodo” nelle aziende e nei gruppi di lavoro, eppure, se consideriamo un’azienda come un insieme di persone che perseguono un determinato obiettivo, ecco che un gruppo o un’associazione di donne lesbiche (che ha o dovrebbe avere come obiettivo la battaglia per l’affermazione dei propri diritti, sia di donne che di lesbiche) è da considerarsi anch’esso un “gruppo di lavoro” nel quale il metodo può, e forse deve, trovare applicazione.
L’autore del saggio procede scientificamente e come prima cosa dice che innanzi tutto bisogna individuare gli stronzi e soprattutto gli “stronzi patentati”, quelli cioè che agiscono sempre con arroganza e maleducazione o si dimostrano viscidi, malevoli e oppressivi in ogni occasione, rivaleggiando con i colleghi e ossequiando i superiori.
Dopo averli individuati il passo successivo sarà smontarli. Lo stronzo è quello che demotiva chi
gli sta vicino, e può farlo sia urlando e umiliando che anche ignorando il collega o carpendone come una sanguisuga idee e iniziative o provocandolo in maniera subdola.
C’è un decalogo ed un test preciso per individuare lo stronzo patentato che ci sta accanto, ma anche quello che si nasconde in noi…perché magari uno può essere stato contagiato da chi gli vive accanto e aver assunto col passare del tempo atteggiamenti da “stronzo”, magari solo “temporaneo” come scrive l’autore…insomma l’”inquinamento da stronzi” è tale a volte che non si può non restare intossicati.

Divago un momento dal libro e aggiungo una riflessione personale: io penso che tutti nella vita possiamo avere momenti o ambiti in cui ci comportiamo da stronzi, perché come esseri umani siamo portati a sbagliare, a commettere fallo.
Se pensiamo al campionato di calcio o di qualsiasi altro sport, ci rendiamo conto che tutti i giocatori sono fallosi. Ci sono quelli più o meno tali, è vero, ma comunque a tutti capita prima o poi di commettere un fallo da ammonizione o da espulsione. Ebbene, in questi casi l’arbitro interviene e non solo il giocatore viene espulso, ma gli vengono pure inflitte delle giornate di squalifica.
Il metodo anti-stronzi è da sempre praticato nello sport dove le regole sono chiare e a un dato fallo o comportamento corrisponde una precisa conseguenza (e secondo me, oltre che nei gruppi di lavoro dovrebbe essere praticato anche in politica). Nello sport anche lo stronzo temporaneo, quello che reagisce a un fallo o ad una serie di falli e provocazioni viene giustamente punito e anche più gravemente. Pensiamo al famoso sputo di Totti, grande campione generalmente corretto, che ebbe una reazione brutta ad una serie di falli e di provocazioni (che a mio avviso sono ben più “stronze” delle reazioni, benché queste ultime non siano giustificabili). Comunque, lui scontò la sua squalifica (praticamente non giocando più nel campionato europeo) e chiese pubblicamente scusa per il suo comportamento.
Uso questa analogia per dire che di solito non traccio una netta linea di demarcazione tra stronzi e non, e solo dopo reiterati comportamenti, la malafede e l’accanimento, traccio quella linea, a volte pure un po’ tardi. Ma una volta che l’ho tracciata purtroppo non torno indietro, perché una cosa è fare una “stronzata”, un’altra è continuare a comportarsi da “stronzi/e” senza nessuna intenzione di cambiare atteggiamento e senza mettersi punto in discussione.

(continua….)

 

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