La mitologia mi affascina.
Alcuni filosofi greci, detti evemeristi, sostenevano che i miti erano racconti di avvenimenti storici che nella loro tramandazione orale erano stati romanzati.
Una delle mie figure romanzate preferite è quella della Gorgone Medusa.
Secondo Diodoro le Gorgoni erano un popolo simile a quello delle amazzoni. Queste due popolazioni abitavano molto vicine, talmente vicine che la regina delle amazzoni, Mirina, decise di dichiarare guerra alle Gorgoni e le sconfisse.
Dopo essersi riprese le Gorgoni divennero molto temibili. La loro testa si circondò di serpenti e svilupparono zanne simili a quelle dei cinghiali, mani di bronzo e ali d’oro che permettevano loro di volare. I loro occhi erano scintillanti e il loro sguardo così penetrante che chiunque le avesse guardate sarebbe stato tramutato in pietra. Erano oggetto di spavento per mortali e immortali.
La leggenda di Medusa ha subito delle evoluzioni. Dapprima fu considerato un mostro, poi si è arrivò a considerarla invece come oggetto di una metamorfosi e si racconta che era stata una bella ragazza che, fiera della sua capigliatura, aveva osato rivaleggiare in bellezza con la dea Atena e allora costei, per punirla, aveva cambiato i suoi capelli in altrettanti serpenti.
Oppure si racconta che la collera di Atena si abbattè sulla giovane perché Poseidone l’aveva violentata in un tempio consacrato alla dea.
Comunque un bel giorno venne inviato il famoso Perseo a prendere la testa di Medusa e Atena la utilizzò ponendola sul suo scudo, così i suoi nemici sarebbero stati trasformati in pietra al solo suo apparire. Lo stesso Perseo raccolse il sangue della gorgone che aveva proprietà magiche: quello colato dalla vena sinistra era un veleno mortale; quello colato dalla vena destra era un rimedio in grado di resuscitare i morti. Inoltre un solo ricciolo dei suoi capelli mostrato ad un esercito nemico avrebbe avuto il potere di sconfiggerlo (insomma faceva spavento anche da morta).
Medusa è l’emblema della rabbia. Ed il beffardo paradosso è che gli dèi e le dee si servano proprio di quella rabbia che essi stessi avevano provocato con i loro capricci e i loro giochi.
Medusa fa tenerezza. Medusa è una proletaria.
Medusa mi ricorda però che di rabbia non si deve morire. La rabbia “esce” e poi svanisce. I gestaltisti dicono che è come una sinusoide che va su e giù non fuoriuscendo mai dal diagramma (che vuol dire appunto saperla gestire).
E mi ricorda anche che la rabbia non deve divenire rancore (perché i rancorosi, si sa, nuocciono prima di tutto a se stessi).
Non a caso “rabbia” e “rancore” hanno radici etimologiche diverse: rabbia viene dal latino Rabies e dal sscr. Rabh-ate: è lo sdegno, l’irritazione, l’impeto; rancore viene dal tardo latino rancorem ed è rancidezza, essere rancidi: è l’astio, il risentimento covato e tenuto nascosto, il desiderio di vendetta.
E allora Medusa mi piace perché non è una donna rancida. Medusa è una donna emozionale che dice le cose in modo forte e scoordinato, tanto quasi da non sembrare lucida o da essere persino fraintesa.
Medusa è una gatta che soffia, ma chi soffia ti avvisa, perché non è un’infingarda.
Se sono in grado di sentire la rabbia di Medusa forse sono più avanti di quelle donne che non si autorizzano nemmeno a questo sentimento o che lo “agiscono” inconsapevolmente.
La rabbia, maschera del dolore, mi fa andare via, lontano da chi e da cosa quel dolore mi provoca.
La lontananza fa fluire, crea prospettiva. E fa occupare meglio il tempo.
Medusa mi ha insegnato molto.
Non importa se sia realmente esistita o se la sua storia sia stata romanzata.
I miti, come hanno detto Freud e Jung nascono come fusione della vita cosciente con l’inconscio.
E senza sogni e senza miti non si cresce.
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