Le ragioni dell’aragosta…e della lesbica

Alla fine dell’ultimo film di Sabina Guzzanti dentro di me c’è stata una standing ovation. Non so come dire, ma per una che è stata filmaker e il mezzo l’ha conosciuto un po’, un finale così provoca praticamente… un orgasmo cinefilo.
Ma non voglio scriverne una recensione. Ne potrete trovare molte in giro.
Vi racconto solo come l’ho vissuto, che spunti e riflessioni personali ne ho tratto per la community lesbica di cui faccio parte.
Le ragioni dell’Aragosta è una storia sull’aggregazione, sul tenere insieme, sul pensare possibile un altro mondo, un altro “metodo”. Un film  che testimonia l’importanza di avere un progetto, un sogno, un ‘idea. Con un gruppo di lavoro che è prima di tutto un gruppo persone che stanno bene insieme, che si divertono (tutte, fino all’ultimo dei tecnici).
E se c’è uno spettacolo da portare in scena e lo si farà. Con tutte le crisi, i ripensamenti e il tipico panico da debutto che si dissolverà con la pazienza, il coinvolgimento e anche un po’ d’affetto. Come ci mostra Sabina nel corso della narrazione.

Ma certo lei non aveva a che fare con centinaia di donne lesbiche… per di più davanti ad un mezzo virtuale.
Con il contatto umano diretto, i contenuti, gli intenti, le emozioni, passano meglio che attraverso un forum o una mailing list.
E infatti nella nostra community ci si incontra una volta o due l’anno. Così che da “community” si possa diventare una”comunità” di donne che condividono progetti politici e battaglie da portare avanti. Insomma, il mezzo virtuale come punto di partenza, per cercare di tenere insieme le donne lesbiche italiane e farle crescere, uscire dal buio, dall’anonimato, dall’omofobia interiorizzata, dalla paura.
Ma, si sa,  il virtuale nasconde in sé delle insidie.
Intanto c’è il rischio dipendenza. Vedo alcune donne inviare messaggi in continuazione, da casa e dal lavoro, le immagino lì, come in una chat perenne, sempre online, sempre collegate, non potendo fare a meno di quello schermo che le collega al mondo lesbico ma che al tempo stesso dalle donne lesbiche reali e dal mondo reale, per quanto duro, le separa. Tant’ è che ai convegni partecipano sempre in poche, e sempre le stesse.  Se poi una ha dei problemi non risolti e non ha mai avuto una relazione con una donna, in uno spazio del genere rischia di incrementare di molto la sua nevrosi e il risultato forse è che invece di uscire dal buio, ci resta.
E allora mi sono domandata: ma se il progetto è far crescere le donne, agevolare il loro percorso di accettazione e di liberazione, perché lasciare che una lista non abbia “regole” (se non una policy che poche leggono e applicano) e si livelli troppo verso il basso, in un atteggiamento che sembrerebbe quasi liberal populista, del genere ”tv commerciale”?
Una community lesbica può arrivare a rispecchiare l’Italia là fuori? Facendo scendere in campo ad esempio personaggi discutibili e…”virtuali”?
Nessuna ha mai un dubbio, o se ce l’ha non lo esterna, per paura di scatenare una flame (una tremenda lite virtuale) e mandare a monte tutto ché, si sa, le donne ci mettono poco?
Ma tra accettare tutto in maniera acritica (purché ci mettano a disposizione un uditorio e un bacino di donne e di possibili contatti?) e distruggere un progetto, ci sarà una via di mezzo?
Come per i reality, basta mettere una telecamera (o un server in questo caso) che tutto viene fuori da sé? (si cazzeggia, si discute, ci si ama, ci si odia, si litiga, si abbandona la scena e intanto lo show va avanti?).
Beh, io penso che la nostra community,
proprio come il film della Guzzanti, sembra un reality, ma non lo è. C’è dietro un progetto e un’idea di un gruppetto di donne…che semplicemente fanno degli errori. Come tutti.
Forse dovrebbero solo rivedere la formula. Se dieci anni fa una community virtuale era l’unico punto di partenza per far comunicare le lesbiche tra loro, oggi che quelle lesbiche sono migliaia, bisognerebbe puntare da una parte sulle regole e sulla tecnologia, creando forum e spazi differenziati o magari organizzando incontri in videoconferenza; e dall’altra si dovrebbe cercare di aumentare le occasioni di incontro dal vivo, incoraggiando le donne a lasciare lo schermo.
Perché poi quando le persone si guardano e si conoscono, è più facile vedere e sapere dov’è il “cuore”, ed anche il “talento”.
Come è per Sabina con Pier Francesco Locke nel film. 

Comunque, il film si chiude con una frase che anche la comunità glbt tutta farebbe bene a prendere come inno e incoraggiamento:
“C’e’ un luogo in cui tutti i desideri aspettano il loro turno per  prendere forma… Se c’e’ qualcuno che li desidera …” 

…E invece a volte cercare di tenere insieme anche solo un gruppo sparuto di donne è una fatica immane.
Che verrebbe quasi voglia di lasciar perdere…

Ma questa è un’altra storia. Che riguarda proprio… le aragoste!

(segue)

Una Risposta

  1. molte cyber lesbiche hanno paura un pò come nel film il rappresentante dei pescatori che alla fine decide di non partecipare allo spettacolo..
    condivido in pieno il tuo pensiero, ma a quale comunità virtuale ti riferisci?
    nel fim ho amato la grandissima Cinzia Leone :)

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